Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa o per chiedere di poter fare un'esperienza vocazionale, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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sabato 16 maggio 2015

Corpo e sangue di Cristo

Dal Carmelo di Cerreto di Sorano.

Chi mangia me, vivrà per me. Ti nutri di Lui? Quando Lui sarà passato interamente nella tua umanità, gli orizzonti si apriranno e sentirai dalle profondità del tuo Spirito la voce del suo Silenzio che ti chiama: Vieni al Padre! Sarà allora nostalgia in mezzo a tutte le tue attività tornare a Lui, stare con Lui, leggere ciò che parla di Lui, incontrarLo nel Pane e nel Vino, abbracciarLo in quel pezzetto di ostia che porta il cielo nella tua anima. Perché ne fai a meno quando l’unico tesoro della Vita è pronto da tempo per te? Gesù non è lontano dalle tue giornate, conosce i tuoi affanni, comprende le tue inquietudini. Aspetta che tu le condividi con Lui per riempire la tua vita di eternità. Lascia che benedica tutto ciò che sei, portalo a stare dentro di te, continuamente. Non dimenticare: Lui è con te!

lunedì 6 aprile 2015

Professione Semplice



Al Carmelo

Professione Semplice

di

sr Maria Giuditta del Sangue di Cristo

Il 12 Aprile 2015

ore 15.30



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giovedì 2 aprile 2015

Diventare carmelitana

Chi è la monaca carmelitana? 

La monaca carmelitana è una donna con un intenso desiderio di cercare il volto del Signore come l’unica cosa necessaria, una donna chiamata da Dio a vivere a tempo pieno o meglio a vivere “nel tempo, senza tempo” il ritmo della lode, dell’offerta, della supplica e dell’intercessione, una donna chiamata a cadenzare il proprio quotidiano al soffio del respiro di Dio, chiamata a lasciarsi plasmare dalla sua Parola, una donna che, maturando nell’ordinario la consapevolezza della propria fragilità, sente la chiamata all’annuncio silenzioso e nascosto nella logica del seme che se non marcisce e muore non può portare fruttoLa vocazione alla vita monastica carmelitana è una chiamata a compromettere la propria pochezza nell’esperienza del Tutto/nulla, è un lasciarsi coinvolgere in modo radicale, appassionato e totalizzante dalla volontà che Dio ha di scommettersi per l’uomo, è uno stare consapevolmente nella logica della sua kenosi. È una chiamata a vivere la vita non sul criterio del bisogno, dell’utilità, della visibilità. È una chiamata ad una vita un po’ “sprecata “, come l’unguento prezioso che quella donna sparse sul corpo di Gesù. Di fronte a quello spreco i commensali si indignarono ma Gesù lodò la donna. La carmelitana è chiamata da Dio a “sprecare” la sua esistenza rinchiudendosi, limitandosi nello spazio ma abitando e amando il mondo, versando il profumo della preghiera per ogni uomo, intercedendo con cuore di carne, dal profondo, dal di dentro, a portare Dio all’umanità e l’umanità a Dio e ad indicare un’”oltre”, una meta eterna che trascende ogni orizzonte terreno.

Come vive la monaca carmelitana la preghiera?

Per la carmelitana la preghiera è un rapporto di tenera amicizia e fiducioso abbandono in Dio, è il desiderio più profondo del proprio cuore di vivere in comunione costante con Lui. È la sua ragione di vita, il respiro della sua anima, il lasciarsi coinvolgere dal Suo donarsi per amore, il suo impegno apostolico, è lasciarLo vivere e amare in lei. Per questo la carmelitana vive la preghiera come una spinta del cuore verso il volto di Cristo che cerca nella solitudine, nel silenzio, nel nascondimento e che, sempre più consapevole della propria pochezza e fragilità, riconosce, trova e ama nella Parola, nella liturgia, nel vivere quotidiano, nella propria storia personale, nel volto dei fratelli e delle sorelle che porta a Dio con l’offerta silenziosa della propria vita.

Come si diventa monaca carmelitana?

La vita al Carmelo è risposta a una chiamata, come ogni altro stato di vita religiosa si riceve il dono di un'attrazione, di un desiderio, di un tendere verso la Santa montagna, per gustare la dolcezza della sua presenza e contemplare il  suo volto. Dio si rivolge alla persona nella sua interezza, così com'è, nella sua libertà.  Il Carmelo diventa desiderabile, luogo da "raggiungere", a volte neppure conosciuto precedentemente. Veramente il Signore "chiama" in maniera inattesa e chi vuole! Può capitare che non ci rendiamo conto di quello che sta accadendo, troppo intente nella vita di sempre o, anche, che il nostro sguardo non incroci il suo e non vediamo il gesto della sua mano e, sopraffatte da altri suoni, non riusciamo a percepire il nostro nome. Questa tensione interiore, questo desiderio lo possiamo sentire nascere all'improvviso dopo un'esperienza spirituale intensa, come un fiore che sboccia aprendosi in tutta la sua forma, come la folgore che arriva impetuosa o lentamente ci avvolge nel tempo fino a maturazione, accompagnando lo scorrere della vita e coinvolgendo le scelte determinanti.

Ci si sente "costretti"?

La proposta di un progetto non suona mai come un'imposizione anche se l'amore, nella misura in cui inonda la vita, in parte trasporta e conduce dove non si andrebbe mai, a fare cose che diversamente non si farebbero. Possiamo dire che siamo libere di amare, mentre l'assenza di amore ci rende schiave. Ma non sempre è immediato prestare l'orecchio alla sua parola, comprendere la sua"chiamata", rispondere al suo "desiderio". Dio vuole la nostra felicità. Da sempre, lungo la storia, ha chiamato uomini e donne a vivere in disparte, nella solitudine, nel deserto, per sperimentare, attraverso il raccoglimento,  una vita di profonda amicizia e intimità con  Lui. Dapprima la persona scopre dentro di sé una spinta, una vera e propria attrazione verso un luogo, uno stile di vita, verso altre persone che conducono quella stessa vita da cui ci si sente affascinate.

Cosa spinge?

Cio' che muove è comunque l'amore di Dio e se questo non è ben evidente all'inizio, diventa netto man mano che si percorre questo itinerario di trasformazione. Perché di un "cambiamento" si tratta. Non possiamo pensare di restare come prima, di "vederLo " e rimanere tal quali, di fare esperienza del suo amore e di non percepire il nostro cuore che muta. Lui stesso ci fa dono di un cuore di carne "toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne". Nella preghiera, nella frequentazione assidua della cella, nel silenzio e nella solitudine, la carmelitana non può evitare di guardare se stessa, consapevole della sua impotenza di fronte alla nudità, alla fragilità, all'ambiguità del suo essere "serva inutile" nelle mani di Dio. E dal suo Signore tutto attende: questa è l'unica certezza in un cammino nella nebbia fitta dove si naviga a vista. Un percorso in salita. In cui Dio porta a compimento l'opera che Lui ha iniziato e, volendo colmare interamente del suo amore, con estrema maestria lavora con strumenti adeguati il materiale che ha dinanzi perché sia perfettamente modellato. Vuoto da ogni ingombro. Capace di contenere l'esperienza dell'immensità di un amore trasformante.

La vita di cella, nella tradizione carmelitana è strettamente legata al tema del raccoglimento interiore, alla possibilità di percorrere gli spazi sconfinati dell'interiorità  e di focalizzare sempre il nostro oriente in Cristo Gesù, in una ricerca instancabile di Lui che spinge a migliorare e a crescere nell'amore.  Questo desiderio forte di "Dio solo" si esprime in una ricerca quotidiana dell'Eterno e nella costante consapevolezza di essere realmente peccatrici e non solo per modo di dire. Questa realtà può rendere "difficoltosa" la sequela, anche lì dove essa si profila come nostro vero bene e bene per altri. Se con sincerità guardiamo il nostro cuore, facilmente lo scopriamo altrove, sovente ripiegato su di sé, ma la vita monastica, l'assiduità con la Parola,  è "spietata" in questa analisi. Non si può sfuggire, ci si ritrova per quello che siamo: persone che senza di Lui non possono fare nulla. Scopriamo di avere innumerevoli attaccamenti a falsi beni, di essere tenacemente raggomitolate su noi stesse, o su rapporti per noi significativi, o a cose pure buone, lecite. Ma se usiamo un po' di onestà e rinnovato coraggio nel dare il nome autentico a ciò che abita dentro, se riconosciamo la nostra fragilità, la miseria che siamo, proclamiamo la sua misericordia, l'abbondanza della sua grazia nella nostra vita. Con il passare del tempo e attraversando l'itinerario di trasformazione interiore la monaca apprenderà che non c'è alcunché di preferibile al tesoro di Cristo, l'Unico necessario in cui possiamo riporre tutta la nostra fiducia, l'acqua in grado di dissetare la nostra sete.

E' semplice o si incontra qualche difficoltà?

Le difficoltà iniziali a lasciare gli affetti più cari, la possibilità di una realizzazione lavorativa sono accenno di quella che i padri chiamano "lotta spirituale": è l'uomo vecchio che portiamo dentro di noi, nel nostro mondo interiore che inizia a lasciare un po' di spazio perché l'uomo nuovo rinasca dall'alto...l'immagine che abbiamo di noi, quello che ci siamo sempre raccontate sulla nostra storia, anche quella "spirituale", di persona per bene, che prega, che cerca Dio, pian piano si sgretola e vengono meno i gineprai innalzati per difenderci e proteggere la vulnerabilità che portiamo dentro. Non ci sono altre vie d'uscita. Siamo davanti a noi stesse e quelli che sempre sono stati da noi considerati "aspetti del nostro carattere" iniziamo a considerarli dei difetti di fronte ai quali prendere una posizione è inevitabile: il Vangelo invita a un cambiamento: convertitevi!

Inoltre in sé  la vita integralmente contemplativa è poco "comprensibile", distante dai consueti modi di pensare e sentire il mondo di oggi che non tutte le persone che possiedono il germe della chiamata a tale stato di vita, hanno gli aiuti necessari per poterlo coltivare, comprendere, accogliere e rispondere nel suo inizio. E' necessario allora valutare bene nella preghiera e accostare una comunità di vita contemplativa iniziando un percorso di autentico discernimento.

Ma concretamente come si diventa monaca carmelitana?

Il cammino per divenire monaca carmelitana può essere descritto nella sua duplice sfaccettatura. L’itinerario formativo si avvia con un periodo di orientamento e verifica della candidata all'interno della comunità durante il quale si effettua una prima conoscenza reciproca e si avvia un discernimento oculato sulle motivazioni umane e spirituale autentiche . Effettuata questa prima esperienza se vengono riconosciuti i requisiti essenziali di una vocazione carmelitana, si avvia il postulandato, un periodo che può variare da 6 mesi ad un anno durante il quale si conosce più da vicino la persona ed ella a sua volta, comincia a conoscere, senza nessun obbligo ma più dall’interno, la vita monastica nella sua dimensione ascetica, comunitaria, di preghiera. Con il noviziato invece inizia la vita nell’Ordine, ed è un tempo particolarmente orientato alla vita spirituale affinché la novizia comprenda sempre più il senso della vocazione alla vita claustrale, e approfondisca il carisma carmelitano. Al noviziato segue la professione temporanea un atto pubblico, che incorpora all’Ordine con diritti e obblighi definiti, e impegna la professa a vivere secondo la regola. Dopo la professione temporanea, tenendo presente il cammino realizzato dalla monaca e seguendo determinati criteri di natura giuridica si emettono i voti solenni con i quali ci si consegna definitivamente e totalmente a Dio secondo lo spirito e la regola del Carmelo.

Come si distingue se veramente la vita carmelitana è la propria e non un’altra?

Seguire Gesù vuol dire riconoscere una traccia, non crearsi la strada, vuol dire drizzare le orecchie del nostro cuore per ascoltare lo Spirito è rimanere in una profonda postura orante, aperta, disponibile, farsi aiutare da chi ha già percorso il cammino e possiede più esperienza, e discernere nei nostri strati umani dove collocare l’invito e come darvi risposta perchè la forza della Parola di Dio è nella relazione.

Pertanto ritengo che il discernimento sulla chiamata alla vita contemplativa nel carisma carmelitano, passi necessariamente  dal confronto diretto con una comunità nella quale “ sostare”  per  riconoscere  i tratti distintivi di una vocazione carmelitana vedendo come, a partire dalla propria pochezza e fragilità la monaca declina il paradigma della propria identità carismatica nell’esperienza dell’ossequio a Gesù Cristo, in una vita musicata dalla liturgia, germinata nell’ascolto assiduo, silenzioso, orante della Parola e impastato dalle  mani gioiose e laboriose della sororità. 

domenica 1 marzo 2015

Discernimento vocazionale


Pubblico un'interessante lettera che una monaca carmelitana ha scritto a una ragazza in discernimento vocazionale.


Carissima ….
Dopo un tempo di preghiera, meditazione, ascolto della Parola e dei segni del quotidiano, mi accingo a scriverti qualche rigo per condividere con te frammenti di luce sul mistero insondabile della chiamata e indicarti, facendo riferimento alla mia personale esperienza, i possibili criteri di discernimento per una adeguata verifica delle tue mozioni interiori, perché anche tu come tante donne di tutti i tempi, possa cercare, riconoscere, trovare il tuo posto nella storia brillando e irradiando quella luce che Dio, nel suo infinito amore, da sempre vuole donarti.

“Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” hai visto bene geremia perché anche io vigilo  sulla mia parola per realizzarla   


Vorrei avviare la mia condivisione partendo da questo versetto del profeta Geremia alla cui lettura ti invito caldamente ….

Il mandorlo è un albero che ha il coraggio di  “gettare “ i suoi fiori quando il clima è ancora rigido, quasi come se stesse lì a vegliare  per spuntare al primo risveglio dall’inverno …. È un albero dagli occhi attenti, un albero sentinella …  un segno della primavera dentro le pieghe rigorose dell’inverno … un incantevole immagine dell’amore preveniente di Dio che abita la storia di ciascuno e traccia dal di dentro dell’esperienza quotidiana, senza calcare la mano, i tratti essenziali, la bozza su cui poi, insieme a Lui stendere il progetto, i colori, le sfumature.

E lo fa, come per il mandorlo, in modo imprevedibile, come il sorgere di un fiore delicato in inverno … quando, come e dove tu forse meno te lo aspetti…. A partire dal tuo normalissimo oggi ….

Dio è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti … al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova. Ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli del quotidiano, da quei semi presenti già nell’aria, ma che scendono soltanto su un terreno fertile. 

Quello che voglio dirti, carissima,  in altre parole, è che il primo passo fondamentale da compiere per conoscere la volontà di Dio per te è  provare ad “aprire gli occhi e spalancare il cuore all’ascolto” partendo dall’ hic et nunc in cui vivi, in cui Dio certamente ti tende la mano, in cui ti chiama per nome anche quando potrebbe sembrare tutto paradossalmente diverso o lontano  .

Discernere la volontà di Dio su di sé, secondo la mia personale esperienza, è addentrarsi fino in fondo, nel terreno della propria vita, cercare di riconoscerne l’humus dei propri valori, delle relazioni che instauro, del tempo che dedico alla preghiera, del modo in cui incontro la Parola di Dio…

Sai ci sono tantissimi esperti, tanti uomini e donne di Dio che potrebbero darti strade percorribili per incontrare il Dio vivente, ma nessuno può sostituirti alla tua personale esperienza di Lui , non un’esperienza puramente emozionale o sensibile ma quell’incontro vitale con la sua parola che è una persona: Gesù. 

Ricordi il brano del giovane ricco” Gesù fissatolo lo amò e gli disse”….

Oppure l’episodio del rinnegamento di Pietro quando dopo le sue tre menzogne, Gesù, si voltò, lo fissò ..,. e subito un gallo cantò, o ancora sempre a Pietro: Gesù lo fissò e gli disse: Simone mi ami tu più di costoro? E quasi mendicante d’amore formulò la richiesta tre volte per provare a strappare a Pietro una risposta amante, calda…. O quando, Maria di Magdala al sepolcro sconfortata per non aver trovato il corpo morto del maestro, talmente affranta dal suo dolore, gli parlò voltata di spalle senza riconoscerlo, e poi sentendosi chiamare per nome si voltò di scatto e riconobbe il Signore risorto….?

Potrei citarti tanti altri passi  anche dell’antico testamento, pensa a tutte le figure dei Patriarchi, abramo, Isacco, Giacobbe, Pensa la vocazione di Samuele, o di Davide …. pensa al profeta Elia la cui vita coincise con una zelante consapevolezza di vivere innanzi  e per il Dio vivente.  Leggi il cantico dei cantici poema d’amore per eccellenza . In ogni angolo della Bibbia trovi questo ponte lanciato sul cuore dell’uomo, questo braccio allungato questa mano tesa…  questo impeto d’amore totale e totalizzante, ma mi fermo a questi che mi fluiscono dal cuore perché non voglio sovraccaricarti di messaggi, solo riaffermarti un secondo passaggio importante:  

Il tuo sguardo si incrocia col suo, con una persona viva, quando la sua Persona che viene a te attraverso la sua parola diviene per te centrale, vitale, esistenziale, quando ti accorgi che cominci a provare a pensare come Lui, a vedere come Lui, a sentire come Lui, a provare quello che prova Lui… quando ti accorgi che non sentendo, provando, pensando come Lui, ti senti sola e persa, quando il tuo quadro di valori è il suo, quando la tua vita la senti spaesata se non si declina sul paradigma della sua volontà costantemente ricercata, se il suo volto non diviene il tuo nell’incontro con chi ti sta accanto, se le vicende quotidiane ti affannano, ti agitano, ti sovrastano, se i torti subiti o le sofferenze ingiuste ti inacidiscono, ti chiudono, ti alimentano astio e amarezza …

Terzo passo importantissimo allora è: non avere la presunzione di fare da sola… Dio infatti  è tutto a tutti, vicino, intimo a noi più di noi stessi ma al tempo stesso è unico, inaccessibile, inanerrabile  e la nostra piccola vita, se pur carica di doni, è poca cosa, è frammento, è parte, è porzione…. Diviene fondamentale il confronto costante con una guida spirituale, una persona radicata in Gesù che, proprio perché immersa in una storia di amore e di comunione con Lui può , con il suo aiuto, farsi mediazione, canale, strumento per te, e ti avvii  con una chiara visione di fede, ispirato dalla parola di Dio e mosso dallo Spirito Santo, nel cammino della comunione con Lui … 

La vocazione alla vita consacrata è uno stato che ha delle esigenze ben precise ed è importante che si vaglino con l’ausilio di un padre o madre spirituale le mozioni e motivazioni profonde  per riconoscere l’autenticità di una chiamata e la verità di una risposta che sia davvero progetto di Dio su di te.

Carissima, mi fermo a questi pochi spunti ti invito a farne oggetto di riflessione, di preghiera , di incontro con la Parola . Io da parte mia ti assicuro la mia preghiera perché tu, con l’aiuto di Maria,  possa  iniziare questa esperienza di  fiducia e affidamento amoroso al Signore della tua vita comprendendo pian piano il suo progetto su di te per poi aderire con fede speranza e amore...

mercoledì 4 febbraio 2015

Iniziare un percorso di discernimento vocazionale

Signore cosa vuoi che io faccia? Eccomi!

Queste brevi righe sono per te che leggi e hai sperimentato lo sguardo di Gesù sulla tua persona e la tua storia.

Se ti sei sentita "guardata" da Lui con amore... 

Il Signore "accende un fuoco" nel tuo cuore, ti attrae verso di Sé, verso il Monte, per fare esperienza di Lui.

Ti scopri alla ricerca delle orme di Dio nel tuo vivere quotidiano… ogni giorno intravedi i segni tracciati da Gesù per te e nella tua vicenda...Sperimenti come il Signore, in qualche modo, abbia già bussato segretamente al tuo cuore…

SE dentro di te nasce curiosità e fascino per la salita del monte Carmelo... E il “Venite saliamo al Monte del Signore “ (Is.2,3) apre in un itinerario carico di evocazione spirituale capace di dare consistenza e gusto alla vita...

Se le figure di Santa Teresa di Lisieux, Giovanni della Croce e dei santi carmelitani suscitano in te attrazione e vuoi “avventurarti” in un ascolto profondo, disarmato e liberante della volontà di Dio sulla tua esistenza la comunità ti offre la possibilità di un percorso di discernimento. 


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martedì 27 gennaio 2015

I diversi gradi della perfezione cristiana

I gradi per cui uno si eleva alla perfezione sono numerosi; e non è qui il caso di enumerarli tutti ma solo di notare le principali tappe. Ora, secondo la dottrina comune, esposta da S. Tommaso, si distinguono tre tappe principali, o, come generalmente si dice, tre vie, quella degli incipienti, quella dei proficienti, quella dei perfetti, secondo lo scopo principale a cui si mira.

a) Nel primo stadio, la principale cura degli incipienti è di non perdere la carità che possiedono: lottano quindi per evitare il peccato, sopratutto il peccato mortale, e per trionfare delle male cupidigie, delle passioni e di tutto ciò che potrebbe far loro perdere l'amor di Dio 341-1. Questa è la via purgativa, il cui scopo è di mondar l'anima dalle sue colpe.

b) Nel secondo stadio si vuol progredire nella pratica positiva delle virtù, e fortificar la carità. Essendo già purificato, il cuore è più aperto alla luce divina e all'amor di Dio: si ama di seguire Gesù e imitarne le virtù, e poichè, seguendolo, si cammina nella luce, questa via si chiama illuminativa. L'anima si studia di schivare non solo il peccato mortale, ma anche il veniale.

c) Nel terzo stadio, i perfetti non hanno più che un solo pensiero, star uniti a Dio e deliziarsi in Lui. Costantemente studiandosi di unirsi a Dio, sono nella via unitiva. Il peccato fa loro orrore, perchè temono di dispiacere a Dio e di offenderlo; le virtù li attirano, specialmente le virtù teologali, perchè sono mezzi d'unirsi a Dio. La terra quindi sembra loro un esilio, e, come S. Paolo, desiderano di morire per andarsene con Cristo.

Sono queste brevi indicazioni soltanto che più tardi ripiglieremo e svolgeremo nella seconda parte di questo Compendio, dove seguiremo un'anima dalla prima tappa, la purificazione dell'anima, all'unione trasformante che la prepara alla visione beatifica.

Dei limiti della perfezione sulla terra.

Quando si leggono le vite dei santi e principalmente dei grandi contemplativi, si resta meravigliati al vedere a quali sublimi altezze può elevarsi un'anima generosa che nulla rifiuta a Dio. Nondimeno vi sono dei limiti alla nostra perfezione su questa terra, limiti che non si deve voler oltrepassare, sotto pena di ricadere in un grado inferiore o anche nel peccato.

1° È certo che non si può amar Dio tanto quanto è amabile: Dio infatti è infinitamente amabile e il nostro cuore, essendo finito, non potrà mai amarlo, anche in cielo, che con amore limitato. Possiamo quindi sforzarci d'amarlo sempre più, anzi, secondo S. Bernardo, la misura d'amar Dio è d'amarlo senza misura. Ma non dimentichiamo che il vero amore, più che il pii sentimenti, consiste in atti di volontà, e che il miglior mezzo d'amar Dio è di conformare la nostra volontà alla sua, come spiegheremo più avanti, trattando della conformità alla divina volontà.

2° Sulla terra non si può amar Dio ininterrottamente e senza debolezze. Si può certamente con grazie particolari che non sono rifiutate alle anime di buona volontà, schivare ogni peccato veniale deliberato ma non ogni colpa di fragilità; nè si diventa mai impeccabili, come la Chiesa ha in parecchie circostanze dichiarato.

[...]

3° Sulla terra non si può amar Dio costantemente o anche abitualmente con amore così perfettamente puro e disinteressato che escluda ogni atto di speranza. A qualunque grado di perfezione si sia giunti, si è obbligati a fare di tanto in tanto degli atti di speranza, e non si può quindi in modo assoluto restare indifferente alla propia salvezza. Vi furono, è vero, dei santi che, nelle prove passive, s'acconciarono momentaneamente alla loro riprovazione in modo ipotetico, cioè se tale fosse la volontà di Dio, pur protestando che in tal caso non volevano cessare d'amar Dio, ma sono ipotesi che si devono ordinariamente scartare, perchè di fatto Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini.

Si possono però fare, di quando in quando, atti di amor puro senza alcuna mira a sè stesso e quindi senza attualmente sperare o desiderare il cielo. Tal è, per esempio, questo atto d'amore di S. Teresa: "Se vi amo, O Signore, non è per il cielo che m'avete promesso; se temo d'offendervi, non è per l'inferno di cui sarei minacciata; ciò che m'attira verso di voi, o Signore, siete voi, voi solo, che vedo inchiodato alla croce, col corpo straziato, tra agonie di morte. E il vostro amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand'anche non ci fosse il paradiso, io vi amerei lo stesso; quand'anche non ci fosse l'inferno, pure io vi temerei. Nulla voi avete da darmi per provocare il mio amore; perchè, quand'anche non sperassi ciò che spero, pure io vi amerei come vi amo".

Abitualmente vi è nel nostro amor di Dio un misto d'amor puro e d'amore di speranza, il che significa che noi amiano Dio e per sè stesso, perchè è infinitamente buono, e anche perchè è la fonte della nostra felicità. Questi due motivi non si escludono, perchè Dio volle che nell'amarlo e nel glorificarlo troviamo la nostra felicità.

Non ci affanniamo quindi di questo misto e, pensando al paradiso, diciamo soltanto che la nostra felicità consisterà nel posseder Dio, nel vederlo, nell'amarlo e nel glorificarlo; così il desiderio e la speranza del cielo non impediranno che il motivo dominante delle nostre azioni sia veramente l'amor di Dio.



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)


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venerdì 16 gennaio 2015

Cosa sta a cuore dell’uomo?

La storia avanza. Nel procedere del tempo, degli eventi siamo invitati a cogliere ciò che è essenziale, che può avere senso, significato. Cosa sta a cuore dell’uomo? Cosa è veramente essenziale, importante? Riteniamo tutti che l’essere presenti gli uni alla vita degli altri sia decisivo. Sovente ci scopriamo persuasi di dover essere “nel mondo” nella storia come se questo significasse andare da una parte all’altra per “cogliere l’attimo” di più avvenimenti possibili e “partecipare” al vivere altrui, per non “perdere” un’occasione e poter dire “io c’ero”. Quest’espressione poi da emblema di uno status è passata a significare qualcosa di talmente incisivo da creare una sorta di vanto.

A volte sorprende la curiosità di chi immagina di trovare altro…come se vi fosse novità sotto il cielo e avvolto da una forma eccentrica di presenzialismo e realmente persuasi che questo tipo di “esserci”, fino all’estremo partecipare, sia un imperativo valido, tendiamo a diffondere questo tipo di sensibilità e a proporla. Ci ritroviamo incapaci di riposo, di sosta perché presi dal desiderio di affermare attraverso la presenza l’essere. Tutte le generazioni degli attuali abitanti della terra si sono potuti riconoscere in coloro che cercano di “non mancare mai” e questo che in sé può essere anche buono diventa indignazione verso coloro che sono assenti.

C’è perplessità di fronte a coloro che si indignano, che urlano la propria presenza e invocano quella altrui. Davanti a chi non accoglie la vita come semplice “comparsa” e accetta che ci sia un solo Onnipresente: il Signore. Siamo un po’ tutti affetti da presenzialimo e quando qualcuno non è presente, non “viene” vorremmo ci fosse a tutti i costi, raccontandoci storie sul valore della partecipazione, dell’impegno. La scrittura ammonisce “ non ti sdegnare, faresti del male”. Eppure con facilità consideriamo, valutiamo, riteniamo poco degne alcune situazioni non all’altezza, non adeguate, opportune.

E’ pur vero che le persone sono chiamate ad amplificare il loro spazio di dono nel contesto di una abitabilità priva di sdegno, giudizio, sospetto. Cosa cerchiamo quando invochiamo la presenza dell’altro? Cosa ci manca nell’assenza? Siamo ancora capaci di vivere presso una solitudine abitata dalla “comparsa”? Questo termine “comparsa” riecheggia un gusto inedito, ci riferiamo all'accezione teatrale che affonda le sue radici in una figura dalla “veste” semplice, non in primo piano che sa vivere ai margini di una storia, così accade anche nella nostra vita. In una società basata sulla autoreferenzialità resta duro accettare di non essere il “protagonista” della storia come se la soggettività, se esprimere il proprio Sè, obbligasse la persona, nelle singole occasioni, a calarsi sempre in una posizione “interessante”, a “dire la sua” .

La monaca carmelitana ben interpreta il ruolo della comparsa osservando la custodia del cuore e delle labbra, cedendo la parola, lascia il passo a chi gli è accanto e volentieri si fa canale del ciglio di scorrimento delle acque lungo la strada principale. La monaca carmelitana vive il suo palcoscenico con Dio davanti a Lui solo, chiusa la porta della cella pregando il Padre nel segreto. Modesta figurante sulla scena della sua comunità, tra la manciata dei più prossimi fino a lambire l’orizzonte della storia con ogni persona, la monaca conosce il lento processo dell’autentico raccoglimento interiore dove trova il suo giusto posto. Sceglie di restare luce fioca, silente, mettendo al centro l’altro con il suo mistero ma anche la sua diversità a volte più carente della propria persona ma memore del Paolino gareggiate nello stimarvi a vicenda vive un passo indietro lasciando, l’ultima parola, l’ultimo gesto, lo stare al cuore della fraternità. Vive fino in fondo il ruolo di comparsa considerando realmente le altre superiori a se stessa, la sua è una “minima importanza nella parte” agli occhi del mondo e di questo gioisce il suo cuore perché da buona comparsa, a sera, sa di essere stata serva inutile e questa è la sua paga …sera per sera!

mercoledì 7 gennaio 2015

Meditare la Parola di Dio

Pubblico la lettera che una monaca carmelitana ha scritto a una ragazza in discernimento vocazionale. 


Carissima,
                  colgo il tuo invito a continuare a scriverti per riflettere con te sul cammino di discernimento della volontà di Dio. Mentre nel silenzio, leggo alcune pagine di santa Teresa d'Avila, rifletto su quanto per una monaca carmelitana, l'incontro con la Parola, non sia relegabile ad un tempo “concentrato” quale può essere quello della meditazione, quanto piuttosto una  tensione di tutto l'essere verso ciò che è vitale, l'anelito verso una fonte per una sete mai saziata, la prima ricerca sin dall'aurora, l'incontro con l'Amato.

Queste considerazioni mi riportano a te e  al tuo cammino di ricerca vocazionale. Colgo che in te, l'esperienza di fede si va configurando sempre più come un incontro personale, un'amicizia speciale, una condizione esistenziale; vivi le tue giornate cercando di comprendere, in ogni segno, l'autenticità di quell'appello interiore ad una forma di vita totalmente e profeticamente consegnata a Lui; desideri che la preghiera non sia una pratica ma una disposizione costante e coerente di tutto il tuo essere all'incontro con Colui dal quale sappiamo di essere amati;  sei lì, alla soglia del tuo cuore nel desiderio di incontrarlo intimamente, profondamente, autenticamente. E penso.... che  proprio a questo punto del tuo processo di discernimento, come anche nell'esercizio di una formazione continua, sia fondamentale coltivare, custodire, l'incontro con la Parola; qui infatti, in questo incontro vitale, serio, attento, guidato, possiamo  riconoscere la nostra storia personale come storia di salvezza, fare una lettura sapienziale e vigilante degli accadimenti della nostra vita e scoprire la volontà di Dio su di noi.

"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (sal 119). Con cuore orante, così preghiamo con il salmista e con questo versetto ti invito oggi a pregare consapevole che incontrare la Parola è "stare in compagnia di Dio"  e a riconoscere,  gradualmente,  che questa Parola è data alla tua vita. Accostati costantemente alla Parola, non senza l'aiuto di una buona guida; ritorna sulla Parola letta, ascoltata; masticala, riportala puntualmente alla mente e al cuore come Parola per te, per il tuo oggi.

Il contatto con la Parola ti introdurrà al gusto di rimanere in essa, di radicarti alla sua terra, sentirai pian piano che è viva, che è una Persona, che è Dio stesso che si comunica a te. Non vedrai la Parola come una serie di precetti staccati e distanti dalla tua normalità, anacronistici, decontestualizzati, ma ti accorgerai che superando i limiti di un testo, storicamente condizionato, è il Verbo che inabita la storia e ti incanta, ti innamora, ti seduce con forza. Certo è importante avere anche qualche indicazione esegetica, qualcuno che ti aiuti ad entrare nell'ossatura dei testi nella struttura della lingua ecc., che ti faccia entrare nella Parola in modo sapiente...

Ti accorgerai man mano che ciò che contamina il cuore dell'uomo ha sempre lo stesso nome, ciò che fa ardere il cuore dell'uomo è sempre lo stesso fuoco, ciò che crea ferite all'uomo sono sempre le stesse fragilità... ti accorgerai in altre Parole che la sua parola è perenne, parla sempre e per sempre, rivela un Dio che si scioglie d'amore per l'uomo e rimane fedele nonostante le miserie di cui noi siamo capaci e chiama, chiama, continua a chiamare pazientemente, attira al suo cuore, per saziare l'incolmabile sete di felicità dell'uomo di tutte le epoche, di tutte le estrazioni, di tutti i popoli.

Mi sono forse un po' dilungata facendo forse anche qualche digressione, questo per provare a trasmetterti non solo il gusto ma la necessità della Parola. A maggior ragione poi se ti senti , chiamata alla vita monastica, ripeto, non puoi fare a meno di intrattenerti, sola col Solo mediante la sua Parola per ricevere  luce, scegliere e lasciarti scegliere, compiere  in te e lasciare che si compia in te la Sua Parola e poi umilmente e  per sempre contemplare e  ringraziare.

lunedì 22 dicembre 2014

Riflessione sul Natale

Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Chi è per te? Un ricordo, un personaggio storico, una ideologia … oppure è persona di nome Gesù, il Redentore atteso dal tempo della caduta dell’uomo nel peccato, il Figlio di Dio fatto carne? Chi è per te? La speranza che ti fa camminare, la roccia su cui costruire ciò che sei, la luce che illumina le tue scelte? Chi è per te Gesù? Un nome adorabile davanti al quale si prostra la tua intelligenza, uno sguardo penetrante davanti al quale ti senti profondamente amato nella tua nudità e vergogna, un cuore che batte di amore per te? Chi è per te Gesù?Un oggetto e un argomento su cui speculare oppure uno davanti al quale ti senti indegno di chinarti per slegare i lacci dei suoi sandali? Lui ti investe di misericordia continuamente, ti avvolge del suo Spirito divino, desidera la tua compagnia. E tu gli vai incontro? Oggi la voce di Giovanni come allora grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Non si può pretendere di conoscere e stare con il Signore se si vivacchia. Le esigenze dell’'amore chiedono ben altro. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, mangiava cavallette e miele selvatico: una figura che parla di essenzialità, di minimo indispensabile per vivere perché la vita interiore converga tutto verso il Signore. Ammetti le tue lontananze da Dio: riconosci che sei degno di attenzione non per le cose che ti riescono, non per i successi che hai, non per il tuo saper fare, né per il tuo eccellere, ma perché sei tu, semplicemente tu, con le tue fragili risorse, con le tue incongruenze, con le tue angosce. Arrivare a sentirsi piccoli è convertirsi. Piccoli, vale a dire indifesi, incapaci di sussistere da sé, bisognosi di crescere … Dio si è fatto piccolo. L’uomo è un piccolo. Perché ti fai grande? Solo Dio è grande, realmente. Tu sei e resti piccolo, anche se con Dio puoi essere capace di meraviglie. Nella grazia tu diventi come Lui, ma solo perché sei felice di essere piccolo. E allora è Lui che opera in te e tramite te. Maria, la Vergine santa, è una piccola. Dio ha guardato alla piccolezza della sua serva … quali parole più belle per esprimere la gioia del sentirsi custoditi e amati dal Padre? Come tutti gli operai del vangelo tu sei chiamato ad andare dinanzi a Gesù per preparargli le strade nelle anime. Lui ha bisogno di te. Non lasciare che la Parola trovi i sentieri sbarrati, la tua voce apra sentieri di vita nel deserto, spazi di incontro con il Re dell’universo che giunge in vesti di bimbo. Che tu possa prenderlo in braccio ogni giorno!

sabato 13 dicembre 2014

Domenica Gaudete

Rallegratevi nel Signore sempre. Ve lo ripeto ancora: rallegratevi... è un invito pressante alla gioia quello della liturgia della III domenica di Avvento: è la gioia di chi sente avvicinarsi il Signore. Non la gioia della presenza, non la gioia della memoria, ma la gioia dell'attesa, la gioia trepidante di chi sa sta per arrivare quel Qualcuno che è il tutto della sua vita. Non ci sono motivi per restare nella tristezza. Perché continuare a guardarsi, a vivisezionare sentimenti e pensieri e gesti per capire se siamo o no giusti davanti a Lui? Quanto è liberante pensare che Gesù è per noi il Salvatore, Colui che ci libera da noi stessi, Colui che scardina tutti i paletti di protezione per tutelarci di nuova speranza. Quanto è liberante sapere che è gratuito il suo dono di grazia e che siamo chiamati a donargli ciò che siamo senza dover scegliere il meglio di noi... Nessuna graduatoria per vederlo, nessuno che prepotentemente possa rubare spazi di felicità, ce n'è per tutti in abbondanza. 

Gaudete in Domino semper, iterum dico vobis: gaudete! è la stessa gioia che gli angeli canteranno nella notte santa: "Vi annuncio una grande gioia, gaudium magnum, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi il Salvatore". Gioia di tutti, il Signore Gesù. A noi il passare parola, la parola del gaudio: che i nostri occhi parlino, narrino, cantino questo gaudium magnum, non solo alla luce delle stelle del 25 dicembre, ma in ogni nostro oggi, dies natalis della Vita!    

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