Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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giovedì 1 dicembre 2016

Lasciamo entrare Dio nella nostra vita

Post scritto da una monaca Carmelitana.


Quando lasciamo entrare Dio nella vita, nasce in noi un insaziabile desiderio di Lui. Tutta l’esistenza diviene un’instancabile ricerca del suo volto, ci si sente costantemente sospinte verso l’unione con Lui e si avverte il bisogno di appartenergli esclusivamente. La sequela monastica ci inoltra in questo sentiero. Nel cammino intuiamo che unirsi a Dio significa lasciarsi trasformare da Lui per andare verso l’unione della nostra volontà con la Sua ma nel procedere constatiamo che ciò comporta assaporare il dolore delle necessarie purificazioni di tutto il nostro essere: volontà, intelligenza, memoria. Dice Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein): “Quanto più Dio vuole unire a sé un anima tanto più sarà profonda e persistente la sua purificazione”. Il seducente appello alla comunione che Dio ci rivolge, se ci rivela il punto dove Egli ci vuole condurre: il nostro essere in Lui, non manca tuttavia di farci sentire tutta la lacerazione di ogni anfratto che ci lega all’io. La meta più che desiderabile, nel concreto delle nostre debolezze, si rivela alta e umanamente quasi irraggiungibile … Ci conforta  e ci sostiene la Parola: Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia (IS 43,10), ma ciò non toglie che, affinché questa Parola sia performativa, è necessario passare dallo svuotamento di tutto il nostro essere. Anzi se questa Parola può essere lirica per un cuore che l’accoglie, non si esime dal accendere in noi un fuoco interiore che mentre infiamma, brucia, consuma, purifica, fa male. Perché la libertà interiore si costruisce al prezzo di molte liberazioni: da idee prefabbricate, preconcetti, immagini di sé, pregiudizi… sentimenti e ricordi ingombranti, dalla confessione del proprio peccato, tutti frutti, come direbbe san Paolo ai Galati, dell’uomo carnale -Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13)- ossia dell’uomo che ancora non vive secondo lo Spirito volto cioè alla conformazione a Cristo.  Dice Giovanni della Croce in “Salita del Monte Carmelo: Per poter gustare il tutto, non cercare il gusto in nulla. Per poter conoscere il tutto, non voler sapere nulla. Per poter possedere il tutto, non voler possedere nulla. Per poter essere tutto, non voler essere nulla. Per giungere a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove non hai. Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove non sei. Quando ti fermi su qualcosa, tralasci di slanciarti verso il tutto. Se vuoi giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto. E quando tu giunga ad avere il tutto, devi possederlo senza voler nulla. In questa nudità lo spirito, trova il suo riposo, perché non bramando nulla, nulla lo appesantisce nell’ascesa verso l’alto, nulla lo sospinge verso il basso, perché è nel centro della sua umiltà. Quando invece brama qualcosa,
proprio in essa si affatica". Il processo di purificazione si svolge senza gli aiuti delle nostre capacità ordinarie di pensare e valutare; esso supera le sottili deduzioni dei nostri saperi, delle nostre argomentazioni, delle, più o meno, abili arguzie della nostra dialettica. Questo processo si attua dentro il “buio “di una fede alimento per un’intelligenza aperta che si cimenta e si sforza di “comprendere senza comprendere”, che si lascia condurre all’abbandono di sicurezze “sapientemente” costruite, che si libera da ogni sufficienza, che si perde in cose che la superano: un’intelligenza purificata. Colui che fa la verità, viene alla Luce  (Gv 3,1-21) Sì, è un lento e faticoso aprirsi alla verità, un “Fiat” sempre più affidato a ciò che Lui è nell’intimo dell’essere. Dice ancora Giovanni della Croce : È sotto le tenebre della fede che l’anima si unisce a Dio.  Non è semplice spiegare quanto accade interiormente: quel che si comprende nella fede non sta dentro la gioia o il dolore avvertiti ma va molto oltre,  è come se si incominciasse a volere soltanto nell’amore. Entrano in campo attenzione e vigilanza, con un’umiltà coltivata momento per momento perché bisogna pur sempre, anzi più coscientemente, fare i conti con certi bisogni: legami, affetti, soddisfazioni, qualsiasi bene sensibile o anche spirituale di cui ci si accorge che la  nostra volontà si appropria senza stare nell’amore. Inavvertenze, debolezze non controllate e anche colpe volontarie… segnano il cammino ma con ferma fiducia nella fedeltà di Dio, ogni giorno rinnoviamo il nostro impegno a permanere nel Suo amore con un continuo e libero atto di adesione della nostra volontà alla sua, manifesta o implicita nelle circostanze solite o insolite che caratterizzano la giornata.  Di nuovo Giovanni della Croce afferma che: “Colui che  rifiuta di lasciarsi mortificare e spogliare della sua volontà non troverà per niente l’Amato”. Ed eccoci chiamate a purificare anche la nostra memoria. Un progressivo svuotamento di ricordi per stabilirsi nell’Unico Ricordo. Una graduale trasformazione in silenzio, una crescente liberazione da ogni immagine, fantasia, illusione, per unire tutta la memoria a Dio. Certo non è solo frutto di sforzo ma dono della Grazia: Il Signore attende di farmi grazia (Is 30,18). Il nostro compito dunque? Fare silenzio, fare vuoto, fare spazio, una memoria sempre più sobria non caricata di ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo o tocchiamo….libera per avvicinarsi a Dio: Avvicinatevi ed Egli si avvicinerà a voi (Gc 4,8). A suo tempo Dio farà sentire la sua azione in noi, quando lo vorrà e come lo vorrà… Da parte nostra: mai smettere di attendere.

giovedì 3 novembre 2016

Rimanere nel fuoco dell’amore

Un’icona carica di tenerezza e forza che Gesù utilizza per descrivere se stesso è quella del Buon Pastore. Il Pastore forte e sicuro, porta delle pecore, “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (GV 10,9); che si erge contro i lupi a difesa delle pecore, che non fugge innanzi al pericolo, che ha a cuore, più d’ogni altra cosa, la vita del gregge. Il Pastore Bello e Buono che “porta gli agnellini sul petto, e conduce pian piano le pecore madri” (Isaia 40,11). Davanti a questa icona vogliamo soffermarci per pensare un po’ alla nostra vita inoltrata nella sequela. “Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. (Gv 10,2-5). Tutto comincia da quel richiamo seducente, disarmante, inconfondibile di pienezza che un bel giorno si staglia nel cuore e non lascia più vivere. Non si sa bene chi è l’Altro, si pongono domande, si chiede aiuto, si cerca… ci si distanzia poiché si subisce un fascino che sconvolge la propria normalità… si tenta di fuggire. Ma Lui ritorna e ritorna ancora con la bellezza del primo istante a richiamare per nome, nel modo che solo Lui conosce, nella maniera che solo Lui sa usare. Ci si ritrova allora dietro a Lui nell’avventura della vita spesa per l’Unico. La sequela può avere molti pascoli, noi siamo nel solco della vita monastica carmelitana, nel recinto della preghiera, dell’offerta silenziosa, del lavoro nascosto, della fraternità semplice e amicale vissuta solo per Dio. La nostra vita si svolge in un monastero di campagna, tra i suoni della natura e la semplicità rurale dell’orto. La schiettezza e ripetitività diuturna del vivere ci pone serenamente davanti la verità nuda, essenziale, totale della vita. Lontano dagli affanni per essere qualcuno, per emergere, per contare qualcosa, qui ci immergiamo ogni giorno nella spontaneità della terra: semplice e concreto richiamo di profonda libertà, di verità esistenziale splendida, inaudita, intatta. Qui la semplicità del quotidiano, paradossalmente, dà un senso acutissimo di aderenza alla realtà, dà sapore evangelico all’esistenza, restituisce una valenza creaturale alla vita e diviene cammino di conversione, inteso come purificazione e rinuncia ma anche come accesso alla libertà e alla vera gioia. E ritorna il Buon Pastore…. Sì, in questo fazzoletto di terra che abitiamo, si ripete la storia del Pastore Bello e Buono. Qui giunge la sua voce che schiude i nostri occhi sui segni del suo amore nella nostra vita. Qui la sua voce, colma della sua Parola, alimenta la fede. Qui, Lui consacra il suo tempio, che è la nostra vita. Qui ci attira nella stessa intimità divina, nel suo cuore. Qui conduce le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della sapienza crocifissa. Qui la sua mano trapassata dai chiodi ci tiene strette per l’eternità. Qui, nel solco ferace della koinonia, i nostri nomi si riscrivono sul Suo Cuore. Qui, nei luoghi di un amore sperimentato mille volte, abita la conoscenza della sua misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, in un’intimità che ci fa suo popolo, gregge del suo pascolo (cf. sal 94). E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo: la lode di una vita “perduta” per amore -Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt 16,25)- seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perché nessuno, nel mondo, vada perduto. Si accavallano le esperienza ma tutte confluiscono nel racconto della tenerezza di Dio. Della sua combattiva tenerezza. A volte ci si ritrova come Giacobbe al guado del fiume Yabboq a combattere con il misterioso personaggio: Ma quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le due schiave, e i suoi undici figli e passò il guado dello Yabboq. Li prese e fece loro passare il fiume e fece passare quel che possedeva. Poi Giacobbe rimase solo e lottò un individuo con lui, sino allo spuntar dell’alba. Vide allora che non lo sopraffaceva e colpì all’articolazione della coscia e l’articolazione della coscia di Giacobbe si slogò nella sua lotta con lui. E disse: “Fammi andare, perché è spuntata l’alba!”, e Giacobbe rispose, “Non ti lascerò andare se non mi benedirai”. E gli disse: “Qual è il tuo nome?”, allora egli rispose “Giacobbe”. E quello disse: “Non più Giacobbe si dirà il tuo nome, bensì Israele, perché hai prevalso sul Signore e sugli uomini, e hai vinto!”. (Genesi 32, 23-29) Accettare di arrendersi, confessare la verità di noi stesse, ormai sole, senza protezione, senza astuzie o raggiri: consegnate, vinte da Dio, per attraversare il guado della nostra superbia e vivere con un nome nuovo, segnate da Dio per sempre. E in questo racconto biblico, simbolo della preghiera come combattimento della fede noi condensiamo la nostra esperienza di ricerca di Dio, la nostra notte della lotta, della preghiera per conoscere il suo nome e vedere il suo volto che, con tenacia e perseveranza, chiede a Dio la benedizione, un nome nuovo, una realtà rinnovata, frutto di conversione e perdono. La vita si muove qui, tutta su questo piano di ricerca e dono. Il tempo acquista sacralità, e la preghiera liturgica, che pulsa al suo interno, ci aiuta pian piano ad acquistare un nuovo modo di vedere e di pensare, di capire, ci apre all’alterità, cambia la mentalità, nella relazione, nella visione della comunità, corpo di Cristo, che prende il cuore, trasforma il cuore. “Chi altri avrò per me nel cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. (Sl. 72). Sei tu Signore la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno. (Sl. 70) Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sl. 41). Il Signore è il mio pastore non manco di Nulla (Sl 22) Perché l’esperienza nasce sempre da una interiorizzazione e da una comunione , anzi, nasce dal dolore che ogni crescita esige. Si può trasmettere solo quanto costantemente ci interpella, in una ricerca sempre più profonda di senso e significato. Conosciamo il peccato, la miseria, il limite, la vulnerabilità del nostro cammino ma sappiamo che siamo avvolte in una nube di misericordia che scende dall’altro e ci conduce. E viviamo seguendo una Presenza, dietro al Pastore, al suono della sua voce… una Presenza che ci conforma, ci porta a pienezza, determina, conduce. Cercare Dio qui dove si è, in questo monastero, nella semplicità di questa vita, nelle cose che si ripetono tutti i giorni, nella comunità, nelle sorelle, nelle persone che si accostano a noi abbandonarsi a Lui posando lo sguardo sul suo volto di Pastore Bello e Buono e rimanendo nel fuoco del Suo amore. 



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domenica 2 ottobre 2016

La clausura

Tra i termini utilizzati per specificare la nostra identità monastica, troviamo spesso l’aggettivo claustrale [dal tardo latino claustràlem o clàustrum (= greco klèitron), ossia serrame, barriera, chiusura, clausura]. È un’accezione con addentellati storici molto antichi, infatti, nonostante che il termine clausura sia stato adoperato dall’epoca medioevale in poi, la sua origine non è un’istituzione di quel periodo ma parte integrante della vita monastica fin dagli inizi del monachesimo. In effetti, il primo decreto riguardante la clausura delle monache – che fu promulgato solo nel 1298 da Papa Bonifacio VIII- era stato preceduto da una lunga e encomiabile esperienza di vita claustrale le cui origini e regole esistevano già nel IV secolo in Egitto e, successivamente, anche in Palestina. Facciamo questo breve accenno, per avviare una semplice condivisione sulla nostra esperienza della clausura che, con le forme proprie della tradizione carmelitana, custodisce e favorisce la fecondità di una vita spesa nel servizio della lode e dell’intercessione. Guardando al percorso storico, si può chiaramente evincere che il linguaggio della legislazione in materia, è stato strettamente correlato ai tempi ma per noi è importante sottolineare i valori spirituali che hanno dato origine e fanno ancora sussistere la clausura: aiutarci a vivere la nostra ricerca di Dio nel silenzio, nella solitudine, nella custodia della vita tesa all’unione con Dio e alla preghiera incessante. “Io stesso – parola del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa(Zac 2,9). La nostra realtà separata fisicamente dal mondo e da quanto potrebbe “dis-trarre” lo spirito, colloca tutta la vita- essere e operare- nel servizio di Dio; ci aiuta a rendere le giornate e ogni nostra azione, anche la più insignificante, esperienza di donazione, di offerta. I contatti sobri e limitati con l’esterno, favoriscono il cammino di unificazione interiore, di purificazione del cuore e consentono di accrescere la comunione con Dio, tra noi e, paradossalmente, col mondo. Afferma don Divo Barsotti: “Non gli avvenimenti straordinari o le occasioni straordinarie ma l’umile vita di ogni giorno è sacramento di Dio”. I segni della clausura, come la grata, il parlatorio, la foresteria, non hanno un valore fine a se stesso ma sono, appunto dei segni esteriori che possono favorire il raccoglimento e il silenzio ma soprattutto indicano il viaggio di ciascuna verso la cella interiore, dove distacco, spoliazione, rinuncia aiutano, sempre più, la vita capace di accogliere generare amore. “…Una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6,38). È una via di umiltà, di semplicità, di essenzialità… alternativa radicale ad una mentalità efficientista, orientata alla pratica, al “tutto e subito”, al tornaconto. Una via che inizia da un esodo da se stesse e dal mondo e si svolge nel silenzio, nella preghiera, nella meditazione come continua ricerca di Dio solo. Una via in cui la consacrazione al Signore assorbe tutta la vita. Una strada nella quale si affievolisce e, man mano scompare, la pretesa di vedere o valutare. È una via nascosta e, solo in questo modo, utile al mondo e alle vicende che lo travagliano. Una vita vissuta come silenzioso e schivo appartarsi…un compiere da ferme il nostro viaggio in cerca di Dio nel deserto delle nostre celle, nel silenzio del nostro monastero. È fattiva separazione dalla “mentalità corrente” per un’esistenza nel segno della solitudine, per una vita che privilegia il ritiro da presunzione e supponenza e si concretizza nello stabilirsi nell’esercizio costante della consapevolezza di una Presenza. In questa solitudine, nell’incontro con la Parola, nella preghiera personale, nel lavoro svolto nel silenzio e generalmente da sole, portiamo avanti il lavorio interiore per divenire capax Dei: spogliarci di noi stesse, farci apertura, vuoto, grembo in grado di accogliere la pienezza di Dio. «Si domandò al vecchio: come deve essere il monaco? Egli rispose: secondo me egli dev’essere come solo a Solo». La clausura: il segno, la forma di una vita in cui Gesù sia veramente il Signore, l’unica nostalgia, l’unica beatitudine . Come a Nazareth, nei lunghi anni della vita nascosta di Gesù: Vivere Dio, farsi silenti, scomparire per aprirsi e incontrarlo attraverso una preghiera perenne che non distingue più liturgia e vita e trasfigura ogni istante.

venerdì 2 settembre 2016

Rimanere

Post scritto dalle Carmelitane di Cerreto di Sorano (Toscana).



“Rimanere”


Il ricorrente “Rimanere” della liturgia della Parola di questi giorni, orienta la nostra meditazione sul senso ultimo della nostra vocazione: “Stabilirci in Dio”, nella sua Parola, nell’offerta della vita, nell’intercessione per il mondo. “Un monaco è uno che prega per il mondo intero”, diceva Silvano del monte Athos.  Il desiderio di Dio, ci ha condotte in questo luogo, silenzioso, isolato, vestito di una bellezza semplice ed austera, richiamo inevitabile alla bellezza di Dio e fucina di trasformazione della vita. Viviamo il quotidiano protese a  stabilirci  sempre più in una Presenza … Certo, il luogo stesso in qualche modo diventa sacramento di questa Presenza, ma è la vita che pulsa nella comunità a trasfigurare noi e l’ambiente favorendo la percezione  di una arcana forza soprannaturale. È la vita improntata sul Vangelo che ci dà la certezza di “rimanere”. È lo sguardo fisso sull’amore consegnato e crocifisso, il dato di fatto in cui rimanere. Stare, rimanere nell’amore reale, concreto… Starci dentro come nella casa che abitiamo. A volte naufraghiamo nelle nostre miserie e non sfuggiamo alla tentazione di ammainare le vele, di chiudere i battenti, di mollare.  Ma ancora una volta ci vince la Parola che, incalzando decisa sui sentieri delle nostre paure, ci raggiunge, cammina con noi, ci rassicura. Intuiamo allora che con Lui c’è sempre un dopo e che la fatica, visitata dallo sguardo di fede, è pienezza d’amore. “Poiché io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto». Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore tuo redentore è il Santo di Israele” ( Isaia 41,13-14).  Allora la mano di Dio si intravede anche dove sembra impossibile, nascosta, apparentemente assente, intenta tuttavia a tessere la trama della nostra gioia piena e duratura. Brucia allora il cuore nel petto e il Rimanete in me  (Gv 15,4) si ri-esprime con Resta con noi Signore (Lc 24,29),  momento per momento, attimo per attimo, respiro dopo respiro, nelle nostre sere, nelle nostre notti, nei nostri smarrimenti e nelle albe amiche che schizzano pennellate della Tua luce al nostro domani.

lunedì 1 agosto 2016

Per aspera ad astra!

Pubblico un'e-mail che tempo fa mi ha scritto una giovane studentessa.


Caro D.,
                      che bella la testimonianza che hai pubblicato oggi!

Anche io molto spesso resto incantata di fronte alle meraviglie del Creato! Molte volte, adesso che la stagione me lo permette, mi rifugio all'aria aperta e contemplo il firmamento. Ogni volta ripenso alle parole del salmo 8 e non posso che rendermi conto della mia piccolezza e restare a guardare.

Questo desidero verso la natura a volte diventa insistente; quei momenti diventano necessari come l'aria. E' un desidero di vivere senza nulla, vivere solamente di, con e per Dio. Per questo seguo con ammirazione il blog delle monache carmelitane di Sorano. Mi piacerebbe trascorrere qualche giorno lì da loro ma quest'estate tra GMG (sii vado *.*), camposcuola e grest non ho un attimo libero.

Anche io come quel ragazzo studio scienze (in particolare chimica e anatomia) e nutro una forte curiosità verso il molto piccolo e l'infinitamente grande. Mentre guardo al microscopio o studio il corpo umano rimango basita di fronte a tanta perfezione e mi domando: chi se non Dio può aver creato tutto questo?

Anche a me la passione per le scienze aveva portato a pensare di insegnare chimica...anche io vorrei partire per la missione come volontaria ma, arrivata a questo punto, non sto più capendo nulla.

Io sogno di diventare sposa di Cristo... Ma è veramente questo che vuole il Signore per me? Sono mesi che cerco, che sono nel dubbio e giorno dopo giorno, nonostante le mie richieste  incessanti, il Signore sembra non rispondere.

Ti chiedo di pregare per me affinché io riesca a vedere, a sentire e a comprendere la volontà del Signore su di me! Egli non può starsene in silenzio. Sono io che non so ascoltare e cogliere i segni che egli sicuramente mi sta mandando!

Come dici tu: Per aspera ad astra!

Confido nel Signore e nella sua infinita Misericordia!

Cari saluti e grazie per il tempo che mi dedichi!

Ciao,

(lettera firmata)

lunedì 25 luglio 2016

Canti sacri mp3

Le Monache Carmelitane del monastero "Janua Coeli" di Cerreto di Sorano (Grosseto) hanno registrato numerosi canti sacri che aiutano a elevare l'animo alle cose celesti. Per scaricare i file mp3, cliccate qui.

lunedì 4 luglio 2016

Nulla è meglio di Lui

Esperienze forti, luci e ombre, fatiche e speranze si alternano nella vita… Momenti sacri, momenti di luce… Ore buie e tempi di pace. Ma ciò che conquista il cuore, ciò che dà forza, perseveranza, costanza, determinazione… ciò che rinnova interiormente, è solo l’incontro con Lui, con la sua Parola, con la sua Presenza reale nell’Eucaristia, con il Suo perdono. Ciò che riempie di gioia e dà forza, è l’esperienza d’amore personale con un Nome che è al di sopra di ogni altro nome (cf Fil 2,9). Un’esperienza di amore senza condizioni; un amore che viene a cercare, che aspetta, che precede, che accompagna, che veglia, che custodisce. Un amore che accoglie, ascolta, corregge, guarisce.

Perché porzione del Signore è il suo popolo, 
[10]Egli lo trovò in terra deserta, 
in una landa di ululati solitari. 
Lo circondò, lo allevò, 
lo custodì come pupilla del suo occhio.
[11]Come un’aquila che veglia la sua nidiata, 
che vola sopra i suoi nati, 
egli spiegò le ali e lo prese, 
lo sollevò sulle sue ali, 
[12]Il Signore lo guidò da solo, 
non c’era con lui alcun dio straniero. 
[13]Lo fece montare sulle alture della terra e 
lo nutrì con i prodotti della campagna; 
gli fece succhiare miele dalla rupe 
e olio dai ciottoli della roccia. (dal Sal 32)

Questo amore, talvolta, chiede il sacrificio della sua presenza: Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi giungere fin dove risiede! (Gb 23,3)… Per aumentare la sete, perché possiamo conoscere la qualità della nostra fede, perché il cammino non si areni, non depisti, non si annacqui. Questo amore a volte tace per ammutolire le urla interiori del cuore forse ripiegato, forse deluso, forse confuso. …

Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero (1Re 19,12) . Questo amore, però, sempre convoca in una relazione personale per dare senso anche a ciò che non sappiamo spiegarci. Questo amore genera un incontro in cui tutto si “ri-significa”. Questo amore fa confluire l’intera esistenza dentro un silenzio adorante, accogliente; un silenzio che rende consapevoli del proprio nulla e spinge, con decisione, verso la consegna fiduciosa al Suo piano, anche se supera ogni capacità di comprensione.

Allora, come Maria di Betania, si sta ai piedi di Gesù: “ … Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39); in silenzio, si supera la tentazione di fuggire, si ascolta la Parola, che mentre si rivela ci riempie … si sta nella dolce esperienza –come scrive Ignazio di Antiochia – “che nulla è meglio di Lui” e umilmente si invoca:

O Signore Dio, dammi tutto quanto mi conduce e Te.
O Signore Dio, togli da me tutto quanto mi distoglie da Te.
O Signore Dio, togli me da me stessa e dammi te solo. (Edith Stein)

giovedì 2 giugno 2016

Nella sua volontà e per la sua gloria

Pubblico un post scritto da una monaca Carmelitana.

L’aurora inonda il cielo di una festa di luce  mentre noi, col cuore colmo di gratitudine, ci affacciamo ad nuovo giorno e al nuovo anno. Avvertiamo nei  gesti sobri di un mattino di festa, la carezza di un silenzio pieno di Dio. Scorgiamo nei profumi della casa, nel calore del fuoco già acceso, nelle luci tenui del risveglio, le sfumature della tenerezza del suo amore come la sicurezza e la forza della sua mano di Padre che sempre accompagna. Giunge al cuore, come balsamo e vincastro,  la voce che loda, in un sol coro, con un sol cuore … 

E accade che il tempo e il mondo diventano una incredibile occasione per continuare a solcare, in modo ancora più sicuro, la strada della sequela, per compiere e rinnovare, il coraggioso, impegnativo, arduo atto di consegna di sé alla cura del Padre,  per riesprimere il si della mente, del cuore, della volontà al suo progetto, per permettergli di operare come meglio Lui crede, scegliendo mezzi, tempi e modi consoni al restauro della sua opera che è la nostra vita. Accade di sentire la Parola attraversarti il cuore con il calore della misericordia e la freschezza della speranza e della pace. Accade di guardarsi dentro, di ascoltarsi, di vedere, dentro le pieghe di sorrisi smorzati, lacrime di ieri che scendendo bagnano i ricordi e solcano nel cuore sentieri d’invocazione. Accade di lanciare un’occhiata al futuro, di cercare, di immaginare, di sognare, di fremere, di temere e poi, adagiando il cuore nelle mani di Dio, avviarsi tranquille sui passi dell’abbandono confidente, della fiducia amorosa, della fede purificata. E accade che vuoi  ancora ripartire, ricominciare, continuare, vuoi  fidarti e stare dentro la vita con la Vita, nelle verità di te stessa alla luce della Verità di cui ti senti parte, sulla via insieme a Lui che è la Via. Voce e mente, allora,  si accordano nel ritmo della lode, le mani si attivano nel dono, il cuore si purifica nell’offerta, gli occhi si riempiono di bellezza; ammortizzi i perché, silenzi le preoccupazioni, accendi la certezza di essere dove Lui ti vuole, come Lui ti vuole . Irrompe in te il desiderio di rinascere dall'alto, e il cuore, gridando abbà Padre, chiede di farsi piccolo, di essere rinnovato per spalancarsi all’Amore, qualsiasi volto abbia,  e vivere fino all’ultimo respiro nella sua volontà e per la sua gloria.

mercoledì 4 maggio 2016

Lettera di una monaca

Pubblico una lettera che mi ha scritto una monaca del monastero di Cerreto di Sorano.


Carissimo D.,
                             da quest’angolo di mondo è facile avere una prospettiva differente, semplificata. Qui è tutto essenziale: l'azzurro del cielo, il rincorrersi delle colline e il vivere di queste sorelle con nel cuore le attese e le speranze di tutti e insieme il richiamo continuo di Dio all'uomo che spesso dimentica il suo amore. Mi trovo in compagnia di sorelle, donne attratte dall’Assoluto, trascinate dalla gioia del Vangelo verso il Dio vivente che ha cambiato la loro vita. Potrei parlare per ore di questo luogo e della vita qui. Della bellezza che si estende lontano e include la freschezza delle querce e lo scampanio del gregge. Come descrivere il fascino silente di un luogo visitato da Maria? Come raccontare il gusto di essenzialità che si assapora, l’aria di verità che si respira, il profumo di un continuo tendere all’amore che in ogni dove si spande? Come racchiudere in poche battute la percezione di una vita di fede assimilata nella continua ricerca del bene, del buono, del bello? Come narrare, senza spezzare l’armonia, l’impatto libero e liberante con le incompiutezze reciproche? È necessario che noi, da poco arrivate, odierne cercatrici di Dio, ne raccogliamo ogni goccia, ogni briciola, ogni frammento. Occorre che incarniamo lo spirito di amore a Dio nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera, come ciascuna di loro …. Anche noi come loro, chiamate a vivere, come in anticipo, quella vita divina che San Paolo descrive nella prima lettera ai Corinzi, quando osserva: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia; ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto».(1Cor,13,12)


E la Quaresima, nuovo invito a riflettere sul senso profondo di una vita vissuta in Dio, spinge il cuore verso l’ascolto di ogni scansione di vita al Carmelo. Qui il mondo e le sue realtà appaiono in modo assai diverso da chi in esso vive: il riposo è cercato solo in Dio. Nel silenzio del monastero si trova la gioia di lodare Dio, di vivere in lui, di lui e per lui, di servire gioiosamente il Vangelo nell’offerta di sé. Solo in Dio riposa l’anima mia (Sal. 61).  Ma qui il silenzio espone il cuore al reale, nella sua nudità. Qui occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorra con noi l’ordinarietà della vita …. Qui si arriva convinte che, per trovare Dio, bisogna fare salti, salire, scalare volontaristicamente ogni vetta spirituale, invece ci si ritrova a fare un salto in basso, giù per un paradossale sentiero, dove si sale scendendo. Qui la password è “vendere”: vendere autocompiacimento e acquistare debolezza; vendere il sentirsi indispensabile e comprare inutilità; vendere facili certezze e conquistare una grande povertà. Qui la vita partecipa della stabilità della croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele. Qui la vita tende, giorno per giorno, al tesoro della gioia di un’esistenza vissuta “in positivo”, avvinta da Cristo… una vita con la luce nel cuore, incapace di sfuggire alla libertà di Dio. Così il diventare monaca richiede tempo mentre il quotidiano, colorato dalle mille sfumature della Provvidenza, continua a collocarci nel cuore della chiesa, nel servizio dell’intercessione per un mondo che, anche se forse in modo inconsapevole, ci guarda e molto si attende dalla nostra vita nascosta. (Cf. Col. 3,3).


“L'amore non consiste nel provare grandi sentimenti, ma nell'avere grande nudità e nel patire per amore di Cristo... e la croce è un peso leggero se si porta con amore. Dio stima più il patire che tutte le visioni e le consolazioni”

San Giovanni della Croce

martedì 12 aprile 2016

Dal Silenzio all’amore

Pubblico un'interessante testimonianza scritta da una lettrice del blog vocazionale entrata nel Carmelo di Cerreto di Sorano (Grosseto).


“Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Come percepire nel profondo di noi stessi queste parole di divina seduzione, questa appassionata dichiarazione d’ amore di Dio, se il cuore non intraprende l’affascinate avventura del silenzio interiore? O come riconoscere la fonte dell’irresistibile desiderio di Assoluto che ti pervade, dell’insaziabile “sete incarnata” che ti brucia dentro, se non entrando nell’intimo e segreto silenzio della tua “cella interiore” ?

Si, questo incontro d’amore intimo, personale, profondo con Dio avviene quando il cuore, come un deserto, si ritrae dal vacuo fluire della loquacità, dalla lingua dell’esteriorità e superficialità, dal linguaggio inautentico, e si avventura nell’esperienza del silenzio .

Silenzio, non solo assenza di parole ma dimensione interiore che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale, rende possibile l’ascolto, l’accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di Colui che parla, un silenzio che è memoria di Cristo, presenza abituale alla propria coscienza della sua Persona, esperienza dell’inabitazione di Dio promessa da Gesù nel quarto Vangelo quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas

Non andare vagando al di fuori di te, non disperderti nell’esteriorità, ma rientra in te stesso, perché è in te, nel tuo cuore, che abita la Verità. Così esorta S Agostino, con parole ricche di sapienza spirituale.

Tale discesa nella profondità del cuore non è, però, un narcisistico ripiegamento su di sé ma la via che conduce alla verità di noi stessi, del nostro essere creaturale, incarnato nei frangenti del tempo che nella sua essenza e nel suo senso non può che ricondurre al Creatore, a Dio. Tale discesa è anche la via attraverso la quale Egli desidera entrare nei nostri cuori e ridurre al silenzio le tante speculazioni mentali, le rigidità, le agitazioni, far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,2).

Questo silenzio profondo oltre a generare in noi, uno spazio per far abitare Dio e la capacità di porsi in ascolto della Sua Parola, dispone all’ascolto intelligente, alla parola misurata, al discernimento del cuore dell’altro, apre la via alla carità, aiuta a vivere l’unico grande comando dell’amore di Dio e del prossimo. Questo silenzio che nutre la carità è adorazione della presenza di Dio, preghiera autenticamente cristiana e gradita al Signore.

Vivendo nell’era della massima comunicazione tendiamo a ritenere che la persona si possa realizzare solo nella misura in cui comunica nel “villaggio globale” raggiungendo il mondo in tutta la sua estensione in modo virtuale, nel giro di pochi secondi. Tale esigenza di comunicazione è certamente buona, tuttavia è proprio questo cammino verso la propria interiorità che diviene itinerario di vera liberazione dalla tirannia del proprio “io”, cammino di conversione. Non è tanto una questione di sforzi per rendersi umili e silenziosi, quanto piuttosto di chiedere con umiltà al Signore di farsi presente e suscitare nel nostro intimo attenzione a Lui e, in Lui, ad ogni persona e ad ogni evento.

Il silenzio interiore allora è una presenza a se stessi piena di Dio, un ambito infinito dove abitualmente l’anima riposa e incontra Cristo nel Suo mistero di comunione con gli uomini e diventa capace, per pura grazia, di accogliere e unirsi ai bisogni degli altri, che sono ormai parte vive della sua relazione con Lui.

Condotto da Dio nel deserto il cuore umano può così affermare che ciò che è l’aria per i polmoni, tale è il silenzio per l’anima sedotta da Dio.

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