Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa o per chiedere di poter fare un'esperienza vocazionale, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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sabato 13 dicembre 2014

Domenica Gaudete

Rallegratevi nel Signore sempre. Ve lo ripeto ancora: rallegratevi... è un invito pressante alla gioia quello della liturgia della III domenica di Avvento: è la gioia di chi sente avvicinarsi il Signore. Non la gioia della presenza, non la gioia della memoria, ma la gioia dell'attesa, la gioia trepidante di chi sa sta per arrivare quel Qualcuno che è il tutto della sua vita. Non ci sono motivi per restare nella tristezza. Perché continuare a guardarsi, a vivisezionare sentimenti e pensieri e gesti per capire se siamo o no giusti davanti a Lui? Quanto è liberante pensare che Gesù è per noi il Salvatore, Colui che ci libera da noi stessi, Colui che scardina tutti i paletti di protezione per tutelarci di nuova speranza. Quanto è liberante sapere che è gratuito il suo dono di grazia e che siamo chiamati a donargli ciò che siamo senza dover scegliere il meglio di noi... Nessuna graduatoria per vederlo, nessuno che prepotentemente possa rubare spazi di felicità, ce n'è per tutti in abbondanza. 

Gaudete in Domino semper, iterum dico vobis: gaudete! è la stessa gioia che gli angeli canteranno nella notte santa: "Vi annuncio una grande gioia, gaudium magnum, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi il Salvatore". Gioia di tutti, il Signore Gesù. A noi il passare parola, la parola del gaudio: che i nostri occhi parlino, narrino, cantino questo gaudium magnum, non solo alla luce delle stelle del 25 dicembre, ma in ogni nostro oggi, dies natalis della Vita!    

venerdì 28 novembre 2014

La grande felicità delle religiose

Le persone che vengono a visitarvi nel parlatorio del monastero vi vedono sempre gioiose, serene e felici. Vi è mai capitato che qualche signora sposata vi abbia detto: “Ah, se avessi saputo che la vita consacrata rende così felici, invece di sposarmi sarei entrata anche io in monastero”? 



    Capita spesso che chi viene a visitarci, cogliendo il clima di pace e scorgendo sui nostri volti i segni di una letizia che nasce da un'amicizia soprannaturale, ci comunichi un certo rimpianto per non aver fatto questo tipo di scelta ....

    In realtà ritengo che il più delle volte siano desideri di liberazione dai pesi che la vita quotidiana pone sulle spalle di ogni persona e forse anche frutto di una falsa concezione della vita monastica come di una vita senza legami e senza legacci.

    Premetto che noi siamo monache perchè cerchiamo, con tutti i limiti che possediamo, di aderire ad una proposta di Dio... Noi non scegliamo, è Dio che sceglie. Il nostro è un tentativo di risposta pieno d'amore e di passione ma conseguenziale ad una specifica vocazione. 

    Non si può realizzare un progetto che non ti appartiene... non saresti felice, non saresti al tuo posto.

    La vita monastica come il matrimonio sono stati di vita, che vissuti pienamente, permettono ad ogni cristiano di rispondere alla comune ed universale chiamata alla santità ossia partecipare della santità di Dio compiendo la sua volontà lì dove Lui ci vuole 

    Possono capitare degli errori nel percorso di discernimento e ci si può ritrovare sposati o monache e comprendere nel tempo che forse era un altro il proprio progetto di vita, per questo è molto importante vivere seriamente e con gradualità le tappe propedeutiche formative per la vita religiosa, di conoscenza approfondita durante il fidanzamento per il matrimonio.

    La vita monastica esplicita forse il bisogno di pienezza e compimento che sta nel cuore di ogni persona, quella sete di senso che una vita totalmente "persa" in Dio può dare, quella fantasia della carità che un' esistenza semplice ed essenziale può sviluppare. Dentro questi bisogni si nasconde l'arsura di felicità di ogni uomo e non c'è stato di vita che soddisfi se non si inabissa fiduciosamente in Dio e nella sua volontà d'amore.

venerdì 7 novembre 2014

Perché una ragazza che ha la vocazione monastica dovrebbe lasciare tutto per entrare in monastero? Ne vale la pena?

Al cuore di ogni chiamata di Dio è nascosta una scintilla in grado di appiccare un grande fuoco, un seme in grado di germogliare come albero secolare, un pizzico di lievito in grado di fermentare una grande massa di pasta... 

    E' quel tesoro nascosto in un campo per il quale si è disposte a vendere tutti i propri beni e acquistarlo.

    Potrei chiederti: Perché una ragazza innamorata dovrebbe rinunciare a tutti i possibili ragazzi e sposarne uno, modificare o a volte abdicare ai propri progetti professional, predisporsi a poppate notturne, pannolini e colichette per una maternità, riorientare la propria esistenza incanalandola nel solco di una vita come madre e moglie in una sua famiglia? Ne vale la pena? 

    Penso che a chiunque venga facile dire che tutto questo può esistere per amore!

    Così anche, e in modo molto più forte e inequivocabile , giunge al cuore di una ragazza la chiamata di Dio alla vita monastica come un grido d'amore irresistibile ed esigente, che ti orienta ad una meta affascinante e totalizzante, ti coinvolge in una relazione sublime e concreta, passa nella tua storia, attraversa il tuo quotidiano, lo stravolge, ti conduce all'essenziale....

    Nasce allora dentro di te il bisogno del silenzio e l'esigenza dell'incontro con la Sua Parola; si affaccia alla tua esistenza l'inalienabilità del suo sguardo carico di forza e tenerezza che ti guida, ti corregge, ti illumina, ti sostiene; ti senti travolta e trasformata dal suo amore apparentemente inatteso; viene, ti coglie nel tuo istante di vigilanza, ti afferra per la destra.... e ti innamora. 

    Credimi, non c'è nulla a quel punto che uguagli il Suo splendore!

    Cosa può essere allora quel tutto lasciato al portone del monastero così imponente da impedirmi di seguirlo?

    Gli affetti, i progetti, le cose? 

    Tutto acquista un ordine nuovo, inclusivo... Solo in Lui tutto ormai ha senso e valore!

    Certo la mia umanità frastagliata da incongruenze e contraddizioni è l'unico fardello che mi porto dietro e spesso si erige come muraglia tra me e il mio Dio, ma il suo amore è più forte, la sua pazienza paterna, la sua misericordia infinita, la sua fedeltà eterna.... perché lo ha detto : anche se noi lo rinneghiamo egli rimane fedele perché non può rinnegare se stesso! 

    E allora varchi la soglia della vita monastica in punta di piedi, entri in una sororità umana ma evangelicamente lieta, impegnata, vaso di creta tra altri vasi di creta, tutte con un gran tesoro nascosto dentro, tutte trascinate lì dall'Amore che non ha fine, per un amore condiviso nello spirito del Vangelo e una offerta d'amore per l'umanità assetata d'amore.

giovedì 23 ottobre 2014

Canti sacri mp3

Le Monache Carmelitane del monastero "Janua Coeli" di Cerreto di Sorano (Grosseto) hanno registrato numerosi canti sacri che aiutano a elevare l'animo alle cose celesti. Per scaricare i file mp3, cliccate qui.

martedì 14 ottobre 2014

Perché la vita contemplativa affascina tanta gente?

- Viviamo in una società secolarizzata e scristianizzata. Ciò nonostante molte persone stanno sentendo un'attrattiva per la vita monastica. Perché la vita contemplativa affascina tanta gente?


- Vorrei rispondere a questa domanda partendo da due riferimenti autorevoli: uno del passato desunto dall'opera Aut-Aut di Kierkegaard, con le due possibilita’ di vita, quella estetica e quella etica e l'altro del presente tratto dalla lettera pastorale di Papa Francesco Evangelii gaudium“ secondo cui La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. 

Oggi , in un mondo confuso dal relativismo dei valori, appannato dall'indifferenza e  agitato dalla precarietà, la vita monastica incuriosisce, interessa, affascina proprio perché come dice il Papa noi monache, donne concrete, umanissime, e con tutti i segni della contemporaneità, siamo state sedotte e incontrate da Gesù e il nostro cuore si è riempito di una gioia che non ci può essere tolta, perché è Gesù che ci ha afferrate, ha parlato al nostro cuore, e ci ha fatto percepire l'intensità di una vita in cui  le nostre povertà, le nostre miserie, la nostra piccolezza, i nostri limiti, le nostre contraddizioni non possono essere ostacolo all'incontro con la Bellezza ...

E dopo averlo incontrato, tutto improvvisamente ti appare effimero, parziale, incompleto....

Molti luoghi comuni spesso presentano noi monache trincerate dietro rigidi prontuarii del comportamento morale in realtà ci sentiamo e siamo chiamate all'incontro con la Bellezza che riempie di gioia la vita intera e il nostro cuore, come ogni cuore umano, pieno di desiderio è colmato solo dall'inabissarsi nella sua volontà di amore. Camminando con i piedi per terra ma protese solo all'Unico necessario,  cerchiamo nella cella del cuore, custodita dal silenzio,  di vigilare nel raccoglimento, per incontrarlo nell'ascolto e nella meditazione della sua Parola, lodarlo al ritmo della nostra perghiera liturgica,  amarlo  e servirlo nel quotidiano portandogli  con la   nostra vita consegnata, la forza e la debolezza nostre e di chi si affida alla nostra preghiera.

Il cuore allora, pur attraversando tutte le stagioni della vita, rimane un cuore lieto, stabilizzato sulla Sua fedeltà, sanato dalla Sua Misericordia, orientato dalla Sua luce, traboccante dello  splendore della sua Verità  abbagliante e  contagiosa .

Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora rallegratevi, la vostra affabiità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino.

giovedì 18 settembre 2014

Qual è la missione delle monache di clausura nella Chiesa?

La Chiesa, Sposa del Verbo, realizza il mistero della sua unione esclusiva con Dio, in modo esemplare, in coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa. Per questo motivo l'Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta la vocazione e missione delle monache di clausura, come « segno dell'unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato », illustrandone la singolare grazia e il prezioso dono nel mistero di santità della Chiesa. Le claustrali, in ascolto unanime e in amorosa accoglienza della parola del Padre: « Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto » (Mt 3, 17), rimangono sempre « con Lui sul monte santo » (2 Pt 1, 17-18) e, fissando lo sguardo su Gesù Cristo, avvolte dalla nube della divina presenza, aderiscono pienamente al Signore. Si riconoscono particolarmente in Maria vergine, sposa e madre, figura della Chiesa e, partecipi della beatitudine di chi crede (cf. Lc 1, 45; 11, 28), ne perpetuano il « Sì » e l'adorante amore alla Parola di vita, divenendo insieme con lei memoria del cuore sponsale (cf.Lc 2, 19.51) della Chiesa. La stima con cui da sempre la comunità cristiana circonda le contemplative claustrali è cresciuta parallelamente alla riscoperta della natura contemplativa della Chiesa e della chiamata di ciascuno al misterioso incontro con Dio nella preghiera. Le monache, infatti, vivendo ininterrottamente « nascoste con Cristo in Dio » (Col 3, 3), realizzano in sommo grado la vocazione contemplativa di tutto il popolo cristiano e divengono così fulgido contrassegno del Regno di Dio (cf. Rm 14, 17), « gloria della Chiesa e sorgente di grazie celesti ». (Verbi Sponsa,  Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica)

Da quanto si evince dallo stralcio dei documenti “VERBI SPONSA Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache” sopra riportato, si comprende come per vocazione, nella Chiesa, la monaca è chiamata a“stare davanti a Dio per tutti” Il suo è un carisma di intercessione. 
 Mi sembra interessante sottolineare che etimologicamente intercedere significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione” . Scriveva il card. Martini: « Intercedere non è dunque qualcuno da lontano che prega genericamente per … bensì qualcuno che si mette in mezzo, che entra nel cuore della situazione, che stende le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione». La monaca,  nel silenzio e nella non-visibilità, apparentemente vita perduta,  è chiamata ad intercede per i fratelli  assumendo la logica evangelica del mucchietto di lievito, del sale, della luce, del seme …. Fermentare scomparendo, diffondersi e rischiarare senza frastuono; dissolversi e insaporire; silenziosamente, sotto terra,  marcire,  morire, mettere radici .  La suora di clausura sta in mezzo, nel cuore delle situazioni facendosi spazio di silenzio in cui risuona la voce di Gesù insieme al grido inarticolato di tutti i sofferenti , di tutti gli uomini e le donne che percorrono le strade del mondo, spesso senza neanche sapere il perché.; silenzio che non teme l’insinuarsi del non senso e la fatica del fidarsi; silenzio offerto al Padre umilmente, perché lo possano incontrare.

È  il nostro modo di stare nella Chiesa e di servire i fratelli.

Usando un ‘immagine evangelica potremmo anche dire che nella chiesa, noi claustrali, siamo chiamate ad essere le donne del “sabato santo”…

…   Come quel  sabato quando Gesù è nel sepolcro,  gli amici lo hanno abbandonato, il popolo guarito  che lo ha osannato, che si è sfamato del suo pane, lo ha crocifisso, i discepoli si sono chiusi nel Cenacolo, terrorizzati e sgomenti,  le donne preparano gli aromi per compiere gli atti di pietà per la sepoltura  e Maria sta, nel silenzio della fede e dell’amore …; Come in quel sabato, quasi  prolungato nel tempo, noi claustrali  siamo chiamate alla  bellezza di esistere per Dio, cercate e portate sul monte per una lunga vigilia silenziosa dell'evento della Risurrezione,  immerse quasi in una pausa del tempo, raccolte nel cuore di Maria, con la nostra vita azzima, povera per abitare la speranza.

Il nostro è un sabato esistenziale nel quale portiamo gli aromi della nostra attesa orante, per  far profumare d’immortalità le nostra mente e il nostro cuore, ed esprimere la certezza che Gesù è vivo, oggi, qui in monastero, in mezzo alle nostre povere persone tese a dare tutto e per sempre.

…  La nostra vita è un lungo sabato di purificazione nel quale facciamo con Cristo delle nostre piccole vite  un investimento di vita totale che vince, come la Risurrezione, ogni resistenza e ogni morte nella sua intera estensione

 La nostre vita in monastero è una di lunga sosta  presso il mistero della nostra redenzione, mistero di riconciliazione di Dio con l'uomo, con ognuna  di noi che oltrepassa la separazione del peccato.
La nostra vita monastica è un lungo giorno di veglia sul torpore delle astenie, delle paure, delle fatiche, proprie e altrui; come amiche e sorelle ci inginocchiamo all’altare della croce e stiamo, in compagnia di Maria, cerchiamo di condividerne i sentimenti, chiediamo di essere figlie per sempre, la invitiamo a stare nella famiglia umana, e la supplichiamo che ci insegni come stare presso Dio per il mondo.

martedì 2 settembre 2014

Professione Solenne

Annunciamo con gioia la Professione solenne di Suor Maria Ester di Cristo Re

il 14 settembre 2014, alla ore 15.30, nella festa dell’Esaltazione della Croce

presso il monastero Janua Coeli, Santuario dell’Addolorata - Cerreto di Sorano (Grosseto) -


giovedì 31 luglio 2014

Il cuore innalzalo a Dio!


Dal Monastero Janua Coeli  


"Fissa gli occhi nel cuore e il cuore innalzalo a Dio" (s. Teresa Margherita del Cuore di Gesù )

Come si può pretendere di andare verso una vetta, senza lasciare la propria casa? E non si tratta di un lasciare le mura di un edificio quanto le radici di se stessi. C'è un segreto che permette di salire senza lo strazio del distacco? Cosa significa in realtà distaccarsi, lasciare? Non è forse una conseguenza dell'essere attratti? Il monte è lì, fasciato di silenzio nella sua immobilità, come in attesa dei tuoi passi... E tu non sai cosa fare, se andare o restare. Dietro di te le cose di sempre, le mille faccende della tua vita. Davanti l'incognita del domani. Ti fermi. Pensi. Sei un po' titubante. Se torni indietro, perderai qualcosa di grande. Se vai avanti, sarai costretto a lasciare la presa di ciò che ti dà sicurezza. Lasciare per trovare, o restare perdendo? La saggezza dello Spirito nascosta in te ti suggerisce: "Fissa gli occhi nel cuore e poi innalza il cuore a Dio". Se fisserai lo sguardo in ciò che veramente ti appartiene: il tuo cuore, scoprirai di avere tutto con te e che in realtà non lasci niente. Porti in cuore la tua storia, le persone che ami, la memoria di tutto ciò che sei, i legami più dolorosi e quelli più significativi, la vita che hai vissuto e la nostalgia di ciò che non hai colto al volo. Cosa lasci allora? la sensazione del già posseduto, la sicurezza del già dato, il tepore del poco ma garantito... Lasciare, parola che taglia per liberare se ti senti un uccello in gabbia a cui manca il cielo, parola che sfrangia per separare se ti senti un gattino avvoltolato nel suo morbido pelo a cui basta se stesso per riposare. Fissa gli occhi nel cuore! E il cuore innalzalo a Dio! Non voltarti indietro, sali... gli orizzonti che lasci ti attendono in alto, nel vortice della vita che ti porta verso nuove conquiste...

mercoledì 11 giugno 2014

Testimonianza di suor M. Ludovica dell’Emmanuele

Pensieri di un’esperienza raccontata da Francesca, ora sr M. Ludovica dell’Emmanuele, giovanissima monaca carmelitana (27 anni). 


Nella solitudine profonda fuggii. Era notte, la notte del mio esistere senza senso: nuovi orizzonti si aprirono finalmente nell’aurora di un giorno di libertà. Il Signore era con me, ma io non lo sapevo, dentro di me stringevo la sua presenza e in lui l’universo intero. Quella voce lontana mi spingeva: “Alzati e va’... Ti aspetto là, dove costruirai te stessa. Non ti preoccupare, Io sono con te e non ti abbandonerò, perché il tuo nome mi è caro. Ti proteggerò, sai, e dovunque andrai, Io sarò con te”. E andai. Il mare. Ricordo il sapore delle corse nelle notti d’estate con il mio cane, Dumba. Il silenzio di un buio familiare e delle acque che si accostavano mi accarezzava dentro. Il fragore del giorno si placava in quei momenti. E mi chiedevo che senso avesse la mia vita. Lavoro, amici, svaghi… e poi? Quell’angolo solitario che mi afferrava da quando ero piccina non si era riempito. Mi aspettava. E questa cosa mi intimoriva. Perché? Seduta sulla spiaggia con il cagnotto stanco sdraiato accanto a me ripensavo ai momenti in cui avevo ingoiato la solitudine come una spina che ti soffoca il respiro. Nessuno che comprendeva le tue parole, tutti che andavano per le loro strade, e io con qualcosa più grande di me che non riuscivo ad andare serenamente incontro alla vita. Quanto dolore! Unici compagni di giochi: Dio e i gatti. Sì, Dio giocava con me, lo sentivo accanto. Me lo vedevo, un babbo buono che mi teneva compagnia, buono come il mio babbo Mario che era lontano. I mesi della navigazione erano per me un’assenza insopportabile. Vivevo l’ansia della separazione da ciò che riempiva il cuore. Mi sentivo perduta perché non potevo attingere alla fonte della mia pace. Mamma lavorava. E io ero sola. Quanto parlava quella solitudine alla mia fame di accoglienza. Parlava di abbandono, di non considerazione, di mancanza vitale. Eppure quella solitudine scavava in me quelle esigenze insaziabili che mi hanno strappato al tran tran per portarmi al Carmelo. Il gusto del proibito era la mia passione. Avevo voglia di esperienze. Tutto doveva passare attraverso di me. Il sapore del consumare l’esistenza senza porsi troppi confini. Stavo buttando i miei anni tra le braccia del: tutto ciò che voglio, quando un pensiero concluse il mio correre. Non dormivo mai d’estate: le crepes uscivano dalle mie mani a migliaia tra le mille voci dei villeggianti nelle notti calde senza ore, gli scaffali del discount mi aspettavano durante il giorno. Un ritmo frenetico, e nei brevi spazi tra un lavoro e l’altro: gli amici, gli amori, le sfide. Dentro un senso di onnipotenza e di profonda umiliazione mi accompagnava. Ricordo che una sera per difendere un’amica afferrai il ragazzo che la stava offendendo con forza e lo buttai in mare. Quante volte penavo nel vedere le ingiustizie spicciole del quotidiano. Allora riandavo ai pomeriggi dell’adolescenza quando con il motorino me ne andavo in un angolo e bevevo il tramonto come risposta al dolore che attanagliava il mio cuore. Lacrime e domande scorrevano senza risposta. Il Signore non aveva posto nelle mie giornate, ce l’avevo con lui perché avevo ricevuto del male. Avevo provato anche a porre fine alla mia vita, ma il mio babbo mi aveva sempre salvato. L’ultima estate, non so perché, prima di andare al lavoro presi a entrare nella Chiesa vicina al discount e a parlare con quel Cristo appeso in fondo. Era diventato un appuntamento ormai, ogni mattina. Dopo anni, qualcosa tornava a tirarmi. Sei anni prima avevo pregato molto. Avevo 18 anni, quando mio padre ebbe un incidente stradale. Volevo a tutti i costi che si salvasse, e mi rivolsi a Dio. Non morì, ma il buco nel cervello lo lasciò come un bimbo di cinque anni. Per me fu come morire: era vivo, ma non era più il mio babbo. L’unica persona che veramente mi capiva, alla quale potevo dire tutto senza problemi, il mio unico vero amico, tutto il mio affetto.  Non capivo perché mi era stato tolto. E se pregavo, d’altra parte litigavo con Lui per quello che aveva fatto. Dopo anni mi ritrovavo a cercarlo e a chiedergli di portarmi via. Che senso aveva vivere? Fu allora che dissi: Mi vado a fare suora. Ero di quelle che sfottevano i preti e le suore, ma anche quella che faceva il primo soccorso, che andava come volontaria al centro per tossicodipendenti o al circolo anziani. Misteri del sentire umano… Dove andare? Mi piaceva la missione, l’Africa era il mio sogno. Andare ad aiutare i bambini, la gente di quelle terre in miseria. Chiedi a un prete che mi conosceva, qualche indirizzo. Mi disse di andare dalle mercedarie o dalle clarisse. Andai con un mio amico, ma non mi piacque l’accoglienza che ricevetti. E tornai via, senza aver concluso nulla. Il Signore sapeva dove aspettarmi. Fu una signora cliente del discount dove lavoravo che mi indicò un posto dove andare: Cerreto. Lo cercai sulla cartina perché non avevo idea di dove fosse. E un pomeriggio andai. Un luogo semplice, senza pretese. Mi fecero accomodare in parlatorio e lì incontrai le suore. Mi piacquero. Erano normali, non mi sentivo a disagio. Chiesi: Voglio vedere come si fa a diventare suora. Tornai la settimana dopo. Non capivo cosa stava succedendo. So solo che mi licenziai dai posti di lavoro che avevo. E partii. Si apriva il capitolo più importante della mia vita, quello che sto vivendo ora. Mi piaceva quel silenzio, la preghiera, il poter leggere e pensare, lo stare insieme. Mi mancavano tanto però gli amici, il mare, il mio cane, il mio babbo. Non sapevo cosa fare. Appena decidevo in cuor mio di andar via, Qualcuno con forza mi diceva: “Rimani”. Anche la notte, mi svegliavo e quell’invito non mi lasciava: “Ma dove vai? Rimani”. Un solo pensiero mi attraversava la mente: Sarò degna di servirlo? E rimasi.

Dopo un anno e mezzo posso dire di aver intuito il perché sono qui. L’impegno nel lavorare alla propria trasformazione interiore che al Carmelo è pane quotidiano mi sta facendo scoprire la bellezza della mia vita umana. Gli scogli più aspri della mia storia mi stanno rivelando la predilezione di Dio che mi ha raggiunto attraverso la sofferenza rendendomi capace di andare oltre il vissuto. L’uscire da me stessa, una me stessa camuffata nell’immagine di ragazza ultramoderna trasgressiva e senza debolezze, mi sta donando il mio vero volto. E quando chiedo a  Babbo: “Perché proprio io?” e Lui mi risponde: “Mi è piaciuto il tuo cuore”, capisco che la chiamata è un mistero come è un mistero la risposta. Quale parte ho avuto io? Forse quella di non aver chiuso mai i battenti alla speranza che ci fosse qualcosa di bello anche per me e di aver ascoltato passo passo quella voce profonda che mi indicava. Con te oggi dico grazie al Signore per avermi donato di partecipare al Suo dono di Amore. 

Il 2 febbraio di due anni fa ho fatto i voti e indossato l’abito carmelitano. Conto sulla tua preghiera per il mio cammino. Io ti ricorderò nelle mie giornate consacrate all’Amore.

venerdì 16 maggio 2014

Professione temporanea

Con gioia vi comunichiamo che sabato 24 maggio alle ore 10.30, la novizia Licia farà la sua professione religiosa nell’Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. 

Lei che tanto ha desiderato scalare il santo Monte sarà monaca Carmelitana!

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