Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa o per chiedere di poter fare un'esperienza vocazionale, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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lunedì 1 febbraio 2016

Riflessione di Suor Maria di Gesù Crocifisso

Dal Monastero Janua Coeli in Cerreto di Sorano (Grosseto).


Inseguendo con gli occhi del cuore i fotogrammi di 800 anni di storia, scorgiamo con stupore e gratitudine un fascio luminoso che nel solco del grande profeta Elia, partendo dal monte Carmelo, promana in tutto il mondo, con una potenza in grado ancora oggi di incendiare il cuore di quanti, attratti da Gesù, vogliono vivere interamente in ossequio a Lui , cercare ardentemente il suo volto e meditare notte e giorno la sua parola.

Una scia di uomini e donne, figli del loro tempo e della loro cultura, tutti accomunati da una irriducibile passione per Cristo. Santi di ieri e di oggi che, innestati in un carisma dai marcati tratti contemplativi ed eremitici, hanno saputo mettersi in ascolto di DIO incarnando e modulando, con modalità peculiari, una spiritualità che riconosce in Gesù il Signore, l’Assoluto dell’esistenza, inizio e fine di tutta la realtà, pone la persona nella logica del cammino, e la orienta a considerare la propria vita al servizio delle domande più profonde della Chiesa e del mondo. L’itinerario di questi fasci luminosi si è dispiegato nell'esperienza della familiarità con Dio collocando tutta la loro persona non solo in relazione dialogica e amorosa con Lui ma anche conducendola a vivere alla sua presenza e a fare tutto nel Suo nome.

Questi carmelitani, modelli e maestri di vita spirituale per ognuno di noi, hanno vissuto una vita di preghiera nel solco della prospettiva monastica, nell'atteggiamento dinamico del “ Vacare Deo” , in totale dipendenza da Dio cercato, visto e amato nel quotidiano. L’atteggiamento contemplativo vissuto in modo sempre più profondo, li ha condotti alla piena trasformazione del loro mondo relazionale. Situati dalla parte di Dio, vedono la realtà con i suoi occhi, l’amano con il suo cuore e vegliano “in attesa del ritorno del suo ritorno”.
Circoncisi nel cuore, nel silenzio e nella solitudine della cella vissuta come luogo deserto: esodo da se stessi e da ogni idolatria, in cammino verso la santa montagna che è Cristo Signore, con realismo e concretezza hanno testimoniato l’Assoluto di Dio come fonte di tutta la vita e principio di unificazione di ogni suo aspetto.
Noi, innestati in questo solco, camminiamo, fieri e fiduciosi, sulle orme di questi luminari della fede, portiamo nel cuore, nell'impegno, nella dedizione piena, il desiderio, la brama, l’amore di vivere nel quotidiano, come loro, la pienezza della nostra risposta d’amore all’Amore, nell’oggi della nostra storia, nella concretezza delle nostre vite, nella verità del nostro cammino. Con noi, carmelitane del XXI secolo, il Carmelo vive, è qui, espressione di un carisma di Dio per la Chiesa, antico e sempre nuovo, cenacolo affascinante ed esigente per tante donne di oggi, figlie di questo secolo, con le ricchezze e i limiti di una umanità globalizzata e in transizione ma misteriosamente e provvidenzialmente attratte da Dio, assetate del suo amore e chiamate a deporre nelle sue mani la vita perchè nell’alveo della preghiera, del silenzio, dell’offerta …. la spenda per il Regno.

“Il mio spirito rapito contempla le tue opere. Chi può parlare di te, Dio grande e onnipotente? L’anima mia è rapita! La sua bellezza mozzafiato rapisce la mia anima! Chi mai può dire che uno come Te, onnipotente, volge a me il suo sguardo? Uno sguardo! Tu che mi guardi, vieni a me piccolo nulla.”

Suor Maria di Gesù Crocifisso

venerdì 1 gennaio 2016

Racconto di una vocazione

Testimonianza vocazionale di una carmelitana.


Più volte il mio pensiero era andato a Dio, a Colui da cui tutto proviene e a cui tutto torna ma non c’erano in me tante domande a cui riuscivo a dare risposte, tanti interrogativi e perplessità. La vita con le sue luci effimere mi avvolgeva ed ero attratta dal movimento ammaliante di un procedere consueto fatto di cose “buone: lo studio, la carriera, gli amici, le feste, gli affetti più cari.
Ho provato più volte a capire chi fosse il Mistero che avvolgeva la vita e le dava “gusto” ma restava mistero estraneo e non accessibile, sovente era un muro contro cui urtavo e dal quale non traevo alcun sostegno e nel mio cammino, che assumeva le connotazioni della lotta e dell’ostilità, il pensiero dell’Assoluto non produceva conforto. Decisi allora in cuor mio : “Non penserò più a Te, non mi darò pena per la tua esistenza!”

Amante della vita, ero portata naturalmente a coglierne gli aspetti positivi grazie anche all’educazione materna, tuttavia, sentivo un profondo senso di delusione, tristezza e molte perplessità, rispetto alla leggerezza, alla superficialità, alla vacuità che spesso coglievo in persone, e circostanze.

In me nasceva l’intolleranza rispetto al sopruso sul debole quando vedevo l’oppresso schiacciato o il povero afflitto dal potente di turno e provavo tanta sofferenza a causa dell’indifferenza di chi restava a guardare. Mi sdegnavo facilmente e invocavo dignità, giustizia. Non mi rassegnavo all’idea che la vita fosse anche questo, che la sofferenza e la brutalità potessero convivere con la perfezione dell’uomo e che non si potesse fare nulla in modo incisivo.

Un incontro decisivo

Coabitavano in me un profondo senso di impotenza e, contemporaneamente, la strana certezza dell’esistenza di “qualcosa” per cui valesse la pena spendersi, vivere e morire. Poi un incontro ha cambiato la mia vita. Ho conosciuto persone che nella loro vicenda esprimevano gli stessi valori che io mi portavo dentro; in loro mi sono pienamente “ritrovata”. Ho creduto nella loro compagnia. Dio è passato attraverso la loro amicizia, i loro volti, le loro parole, i loro gesti e ha parlato alla mia storia. La loro testimonianza era credibile non perché fossero perfetti ma perché fratelli e sorelle profondamente carichi di compassione, di contentezza…, belle persone afferrate da una forza trainante che dava spessore e vigore al loro vivere, un qualcuno che spesso nominavano: Cristo.
Affascinata dal loro destino, dal mio intimo sgorgava, con sempre maggior frequenza, questa supplica: “Se tu rendi la vita così, mostrati anche a me”! Se solo Lui si fosse appena mostrato, se si fosse “concesso” anche a me, avrei intrapreso con audacia, speranza, certezza di ristoro, il santo viaggio rinvigorita dalla stessa fede che nutriva di senso e gioia la vita di questi nuovi amici Il loro essere di Dio non si fermava al rito, alla liturgia ma tutto il loro fare era un servire Dio. Vivevano con una tale dedizione, con un tale trasporto ogni circostanza tanto che i dettagli più ordinari, diventavano straordinari. Ero stupita. Una meraviglia nuova inondava la mia persona. Forse Dio stava donando anche a me uno sguardo diverso, capace di cogliere ciò che prima non vedevo?
Attraverso la testimonianza concreta di cristiani che si prendevano cura di me esperivo la verità della Parola: “Egli ha cura di voi”. Anch’io desideravo vivere la vita con la stessa ‘intensità che riuscivano a trasmettermi. Certo assistevo anche a momenti di distrazioni, ma erano facezie creaturali, limiti dell’umanità di uomini e donne comunque decisamente impegnate in un cammino, in una salita verso una vetta dagli scenari mozzafiato, incantevoli. Iniziavo ad avvertire che il Monte non mi era indifferente. Comprendevo man mano che, per me, solo uno stile di vita così poteva riempire di senso e qualità i miei giorni.

La lettura del Vangelo

Cercai a casa un vangelo e cominciai a leggere Matteo. La figura di Gesù catturò subito la mia attenzione, ero assetata. ” Chi vuol diventare il più grande si faccia il più piccolo” . E ancora, "Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini …. A ciascun giorno basta la sua pena."

Leggevo e rileggevo poi le pagine di Giovanni come un’ innamorata legge e rilegge le lettere più care dell’amato lontano. Cominciai ad imparare a memoria san Paolo. Percepivo le sue parole rivolte a me, c’era un appello dietro ogni frase esigente, coinvolgente, che afferrava la mia vita. Un fuoco abitava nelle mie ossa e mi vedevo come una dilettante alle prese con una passione appena scoperta, tutta intenta a comprendere come poter acquisire le chiavi per entrare in questo mondo che diventava sempre più parte della mia pelle. Iniziai a studiare la scrittura e i padri. Iniziarono a prendere forma in me le parole del Vangelo “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza“. Era quello che cercavo. Mi sentivo fortemente interpellata a vivere il momento presente con lo sguardo rivolto costantemente a Lui e percepivo la presenza di Dio vicina e reale, personale. Mi ripetevo: “Gesù Cristo è reale, è qui con me, è vero” Tutto mi sembrava straordinariamente concreto, pacificante, essenziale, semplice, accessibile. Il cuore colmo di gioia mi faceva sempre più chiaramente comprendere che anche a me era stato fatto il grande dono di una chiamata dell’Amore, all’amore Unico, totalizzante, indiviso, nonostante la mia piccolezza e fragilità.

Intuivo via via che dovevo spogliarmi di molte cose, che la povertà era un atteggiamento fondamentale per vivere nel miglior modo possibile il rapporto con le cose perché potesse trasparire la bellezza e perché questa bellezza mi potesse rimandare a Lui.

Scoprivo con stupore e gratitudine, che il Signore non censura niente di te, ti lascia vivere la tua vita dentro una libertà straordinaria, abita pazientemente la tua sete di senso e, con una strategia divina, ti attrae totalmente a sè, ti sceglie per realizzare la sua opera.

Ero felice! Avrei voluto gridare a tutti quanto era accaduto in me, farmi mani, braccia, cuore, gambe per portare a ogni persona il messaggio del Vangelo e costruire accampamenti di pace, spazi di libertà e abitabilità per ogni uomo. Certo mi resi presto conto di quanto fosse difficile accostarsi senza offesa e ferita alla coscienza, alla sensibilità o percezione dell’altro. Capivo inoltre che se Dio avesse voluto, avrebbe potuto “usare” strumenti migliori di “me”. Solo Lui poteva entrare nel cuore dell’altro e dal di dentro muovere e suscitare, sanare e guarire… Lui a me chiedeva un cuore orante, ginocchia piegate, preghiera senza sosta, vita offerta per lodarlo e vivere di Lui solo nel ricordo costante di ogni vivente memore della sua parola: ” Qualunque cosa chiederete nel mio nome, io la faro“.

Iniziai a frequentare il Carmelo Janua Coeli, porta del Cielo.

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Chi desidera contattare il monastero Janua Coeli di Cerreto di Sorano può scrivere all'indirizzo: carmelitane@gmail.com

martedì 1 dicembre 2015

Dal Silenzio all’amore

Pubblico un'interessante testimonianza scritta da una lettrice del blog vocazionale entrata nel Carmelo di Cerreto di Sorano (Grosseto).


“Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Come percepire nel profondo di noi stessi queste parole di divina seduzione, questa appassionata dichiarazione d’ amore di Dio, se il cuore non intraprende l’affascinate avventura del silenzio interiore? O come riconoscere la fonte dell’irresistibile desiderio di Assoluto che ti pervade, dell’insaziabile “sete incarnata” che ti brucia dentro, se non entrando nell’intimo e segreto silenzio della tua “cella interiore” ?

Si, questo incontro d’amore intimo, personale, profondo con Dio avviene quando il cuore, come un deserto, si ritrae dal vacuo fluire della loquacità, dalla lingua dell’esteriorità e superficialità, dal linguaggio inautentico, e si avventura nell’esperienza del silenzio .

Silenzio, non solo assenza di parole ma dimensione interiore che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale, rende possibile l’ascolto, l’accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di Colui che parla, un silenzio che è memoria di Cristo, presenza abituale alla propria coscienza della sua Persona, esperienza dell’inabitazione di Dio promessa da Gesù nel quarto Vangelo quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas

Non andare vagando al di fuori di te, non disperderti nell’esteriorità, ma rientra in te stesso, perché è in te, nel tuo cuore, che abita la Verità. Così esorta S Agostino, con parole ricche di sapienza spirituale.

Tale discesa nella profondità del cuore non è, però, un narcisistico ripiegamento su di sé ma la via che conduce alla verità di noi stessi, del nostro essere creaturale, incarnato nei frangenti del tempo che nella sua essenza e nel suo senso non può che ricondurre al Creatore, a Dio. Tale discesa è anche la via attraverso la quale Egli desidera entrare nei nostri cuori e ridurre al silenzio le tante speculazioni mentali, le rigidità, le agitazioni, far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,2).

Questo silenzio profondo oltre a generare in noi, uno spazio per far abitare Dio e la capacità di porsi in ascolto della Sua Parola, dispone all’ascolto intelligente, alla parola misurata, al discernimento del cuore dell’altro, apre la via alla carità, aiuta a vivere l’unico grande comando dell’amore di Dio e del prossimo. Questo silenzio che nutre la carità è adorazione della presenza di Dio, preghiera autenticamente cristiana e gradita al Signore.

Vivendo nell’era della massima comunicazione tendiamo a ritenere che la persona si possa realizzare solo nella misura in cui comunica nel “villaggio globale” raggiungendo il mondo in tutta la sua estensione in modo virtuale, nel giro di pochi secondi. Tale esigenza di comunicazione è certamente buona, tuttavia è proprio questo cammino verso la propria interiorità che diviene itinerario di vera liberazione dalla tirannia del proprio “io”, cammino di conversione. Non è tanto una questione di sforzi per rendersi umili e silenziosi, quanto piuttosto di chiedere con umiltà al Signore di farsi presente e suscitare nel nostro intimo attenzione a Lui e, in Lui, ad ogni persona e ad ogni evento.

Il silenzio interiore allora è una presenza a se stessi piena di Dio, un ambito infinito dove abitualmente l’anima riposa e incontra Cristo nel Suo mistero di comunione con gli uomini e diventa capace, per pura grazia, di accogliere e unirsi ai bisogni degli altri, che sono ormai parte vive della sua relazione con Lui.

Condotto da Dio nel deserto il cuore umano può così affermare che ciò che è l’aria per i polmoni, tale è il silenzio per l’anima sedotta da Dio.

mercoledì 4 novembre 2015

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù

Dal Monastero Janua Coeli in Cerreto di Sorano (Grosseto).


Entrare nel Mistero è fare nostri i sentimenti di Gesù, è l’invito che papa Francesco ha rivolto nei giorni di preparazione alla Pasqua per vivere in profondità l’evento della passione-morte e risurrezione del Cristo. Sono le parole di san Paolo che risuonano e raggiungono la realtà che viviamo per svincolarci all’inganno delle nostre paure, dei timori sempre in agguato, delle esitazioni che sovente incombono come minacce e ci sottraggono creando tentennamenti di vario genere. L’ancoraggio alla realtà ci sottrae da noi stessi, dal nostro ripiegamento, dalla superficialità con cui possiamo considerare il pericolo di essere predati dal peccato, sottovalutando il dramma della debolezza, la profondità del nostro tradimento e ci consente di scoprirci ancora carichi di amore come Pietro verso di Lui. Capaci ancora di amare Cristo nonostante il nostro rinnegamento. Allora la realtà della nostra pochezza avanza verso di noi, senza spaventarci, con la lucidità di chi ci fa compagnia invocando un cuore libero di amarla e un’intelligenza capace di riconoscere le orme del Maestro. Pietro rammenta chi è il Signore soltanto quanto incontra il suo volto, quando le lacrime solcano, velano lo sguardo e si accorge di amarlo, che è il suo solo amore proprio appena rinnegato. Al tempo stesso scopre la preziosità dell’amore per Cristo e il male a Lui arrecato.

La coscienza del nostro male sgorga infatti dal nostro amore per Cristo, ne è una dimensione. In realtà, però, questo nostro amore per lui è suscitato in noi proprio da Cristo, che ci ha amato per primo e che si è donato per noi fino alla morte in croce. Il nostro amore ci appare allora come una risposta alla sua iniziativa d’amore che ci precede.

Ecco dunque ciò che accade nella celebrazione eucaristica: la contemplazione del sacrificio di Cristo ci rimette davanti al fatto più fondamentale di tutti, così semplice e così indispensabile, il fatto che siamo amati. La consapevolezza della serietà del nostro male è nello stesso tempo e prima di ogni cosa consapevolezza della serietà dell’amore di Cristo per noi. Ecco perché ci ritroviamo lieti. Perché siamo amati. E a tal punto! Cosa inspiegabile per il mondo: che dalla memoria della sofferenza possa nascere la pace.

Un secondo aspetto di cui si nutre la letizia cristiana è l’attaccamento a ciò che è sacro. Vorrei togliere per un momento questa parola dall’ambito religioso, che ce la può far apparire scontata. La prendo dal linguaggio dei rapporti, in un senso più quotidiano forse, ma altrettanto serio: una parola che indica ciò che c’è di più intimo tra una persona e un’altra, di più personale e prezioso. Qualcosa che non si può trattare con leggerezza o esporre a sguardi o commenti irrispettosi.
Quando ci rimettiamo davanti alla vita di Gesù e in particolare alla sua passione, se vediamo in esse un unico atto d’amore per noi, ci rendiamo conto che l’obbedienza di Cristo e le sue sofferenze sono infatti espressione di quanto di più intimo e personale è avvenuto tra Lui e noi. Siamo stati amati fino a questo punto. Ha dato la sua vita per noi. Può esserci qualcosa di più prezioso e inviolabile per me di questo sacrificio d’amore, può esserci qualcosa di più sacro di questo fatto che definisce il mio rapporto con Dio? Ha sofferto ed è morto per ridarmi la vita. In che vuoto vivrei, dunque, se mi dimenticassi di questo? Che tragica superficialità, che insensibilità imperdonabile sarebbe la mia smemoratezza?

I primi cristiani, forse perché erano più vicini nel tempo agli eventi di cui abbiamo fatto memoria, avevano talmente viva questa evidenza che identificavano la dimenticanza con la dannazione, sulla terra e nell’eterno. Guardiamo agli autori del Nuovo Testamento: c’è per loro un’eventualità da scongiurare in tutti i modi, quella di voltare le spalle al sacrificio di Cristo come se non fosse accaduto nulla. Mi ha di nuovo colpito quest’anno un brano della lettera agli Ebrei che il breviario ci propone per la meditazione del lunedì santo: […] se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità – si legge –, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio (Eb 10, 26-27). Il peccato che non sarà perdonato è quello dell’infedeltà radicale di chi dimentica (e quindi rinnega), dopo averla conosciuta, la grazia del sacrificio di Cristo.

Fa tremare, questo testo, se lo leggiamo consapevoli della deriva del cristianesimo nel nostro continente europeo. L’apostasia di cui parla la lettera agli Ebrei è sotto i nostri occhi: svuotamento tragico della vita, personale e di interi popoli, che viene dal banalizzare la portata di questi eventi. Infatti la lettera rivolge con questo grido di allarme a chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano – profano è il contrario di sacro – quel sangue dell’alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia (Eb 10, 29). Costoro, si legge in un altro passo della stessa lettera, per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia (Eb 6, 4-6).

È come se l’autore ci dicesse: Non accada mai, vi scongiuriamo, che dimentichiate! Non considerate profano ciò che invece è la cosa più sacra che esiste! Questa urgenza, espressa in modo così severo, è dunque ancora una volta il segno di una consapevolezza del tutto positiva. Sembrano parole gridate ai suoi compagni da un uomo salvato per miracolo dal precipitare in un burrone: State indietro! Io ho visto l’abisso. C’è un senso di spavento in questo grido. È infatti con spavento che prendiamo consapevolezza che Dio è morto per noi! Spavento di fronte all’abisso della nostra possibile distrazione. Ciò che è accaduto una volta per tutte tra Dio e noi è qualcosa di serio, di drammatico, di profondo. Come potrei dimenticarmene? È veramente un’alleanza segnata nel sangue. È un per sempre. È, appunto, ciò che abbiamo di più caro, di più sacro.
Se pensiamo a questo, dopo il primo attimo di confusione per il nostro male e per l’enormità del dramma di cui siamo parte, ecco dunque che può sgorgare in noi la gioia della gratitudine. Viene il desiderio di gettarci ai suoi piedi e di dirgli: Io ti appartengo per sempre, Cristo mio. Tu hai dato la tua vita per me. Siamo stati riscattati per sempre, siamo stati strappati agli inferi e siamo tenuti da una mano forte, alla quale nessuno potrà mai più sottrarci. Cristo è arrivato infatti al sacrificio supremo proprio per liberarci dalla paura, per metterci al sicuro nella pace.Questa è la nostra vera vocazione, la nostra unica chiamata, il ricordo di Lui. Questa memoria ci riempie di gratitudine, di senso di consolazione e di certezza, di desiderio di ridonarci, di vivere per lui ogni attimo che ci è concesso. Se sei morto per me, io voglio vivere per te che sei morto e risuscitato per me (cfr. 2Cor 5,15).

Ed ecco che ritroviamo di nuovo la radice della letizia che è cresciuta tra noi in questi giorni. Non abbiamo forse fatto l’esperienza che la nostra comunione si rinnova e riprende luce, quando ci rimettiamo insieme davanti a Cristo e, uscendo, dalla distrazione in cui solitamente viviamo, riprendiamo coscienza di chi lui è per noi? Questa è la vocazione, questa è la vita cristiana. Vivere questa memoria.

giovedì 22 ottobre 2015

Per noi: Dio solo!

“La misura dell’amore sta nel non aver misura” (s. Bernardo). A partire dalle relazioni tra esseri umani, la molla che spinge a compiere in pienezza ogni opera è l’amore. Questo, che potrebbe suonare come un assioma, un postulato teorico, una definizione astratta, in realtà è l’esperienza quotidiana, questa è la storia di tutti i tempi e di tutte le latitudini: dove brucia il fuoco dell’amore, ogni atto, ogni parola, ogni gesto si caricano di un sapore particolare, di uno spessore diverso, di un’efficacia impensabile. L’amore prende avvio dalla conoscenza reciproca, una conoscenza che va ben oltre la conoscenza razionale, una conoscenza che ha canali diversi rispetto a quelli della pura logica. Tra amici, tra innamorati, tra madre e figlio, si può conoscere per via veritatis o per via pulchritudinis ma soprattutto si conosce per via amoris. Quando l’amore è sano, maturo, evolutivo, l’altro rimane altro ma la sua conoscenza diviene gradualmente appartenenza, diviene preferenza, diviene intimitià. L’amore umano nella sua bellezza e profondità, in qualunque relazione si esplichi, è l’espressione più piena della nostra somiglianza con Dio. E se l’amore tra persone trasforma, vivifica, dà senso e pienezza alla vita, a fortiori, sperimentare l’amore di Dio per noi significa rimanere sedotti, signifca rimanere avvinti, significa diventare assetati d’Amore. L’amore di Dio tocca il nervo della vita, ci si sente chiamate per nome, si avverte un’appartenenza, un’esclusività. Conosciuto l’amore di Dio, si può possedere tutto ma niente gli è pari e ogni cosa appare un nulla, non riempie, non appaga, non fa gioire il cuore. Conosciuto l’amore di Dio per noi, si costata anche l’abisso delle noste miserie ma ci si sente avvolte nel grande abbraccio della sua Misericordia, abbraccio di cui non si riesce più a fare a meno.

Per noi è stato così, Dio ci ha sedotte attirandoci in disparte, parlando al nostro cuore e continua a sedurci ogni giorno non con eventi straordinari ma con il volto umano di Gesù, con il suo modo unico di amarci, di incontrarci, di cercarci, di ridestare in noi la vita, di risanarla, di rimetterla continuamente in gioco, di amarla senza riserve. Allora amare Cristo, anzi di più: amare l’umanità di Cristo, diventa l’urgenza della nostra vita, urgenza che ci spinge ad entrare nel dinamismo di quella mutua ricerca che pone ogni istante nel senso di una Presenza. Scalino dopo scalino impariamo a riconoscerlo, ad amarlo nei dettagli, nelle sfaccettature di ogni relazione prossima o lontana. Così passa il tempo al Carmelo, nel continuo impegno dell’ascolto di Dio nella sua Parola, negli eventi, nell’altro e, man mano, l’ascolto diventa adesione, partecipazione, intimità, comunione, diventa un’esperienza d’amore. Si arriva qui cercando il Suo volto perchè se ne è avvertito il fascino, l’attrazione, il bisogno e via via, attraverso ogni attimo vissuto, nella gioia della risposta d’amore, come nell’esperienza dell’aridità, della solitudine negativa, della spoliazione, si scopre di essere così importanti per Dio da non dover temere nulla e questa importanza la si percepisce e la si comprende soltanto come amore.

Nada te turbe, nada te espante, todo se pasa, Dios no se muda; la paciencia todo lo alcanza; quien a Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta.(S teresa Di Gesù)
 Qui al Carmelo il quotidino, con i suoi chiaroscuri, ha una sola aria: Cristo che si vuol respirare sempre, Cristo che ci assedia, ci circonda, ci prende dolcemente ma implacabilmente senza clamore, umilmente come ogni cosa indispensabile ma imprendibile, inafferrabile come l’aria, come la luce, come l’acqua. Qui, come viandanti di Dio, camminiamo e se arriviamo desiderose di stare vicine a Dio, con Dio, crescendo ci accorgiamo di essere in Dio, di essere sue, vita della vita, uno con Dio, ci accorgiamo che forte come la morte è l’amore, che Lui stesso è la garanzia del nostro rimanere in Lui, l’anima della nostra fedeltà nonostante il nostro povero amore umano spesso attraversato da difficoltà, incoerenza, fragilità. Qui, nella semplicità di una vita vissuta in disparte, esprimiamo il desiderio di una donazione totale all’Amato, qui incendiamo il desiderio di vicinanza, di unità di appartenenza a Lui. Qui Dio entra nella nostra storia provocando una rivoluzione interiore, qui ci mettiamo in gioco, qui scommettiamo su Dio, qui, nel movimento di resistenza e resa, cambia la nostra modalità di amare e di sentirci amate. Qui il nostro amore diviene garanzia ed espressione di un amore più grande, immenso, diviene nell’offerta e nel dono di sè, espressione del Suo infinito amore. Qui cresce di giorno in giorno la tensione condivisa verso Lui e l’amore tende a una pienezza di comunione nonstante le incrinature, le possibili fratture, le caduta. …. Tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! (Ct 8,6)

Qui l’intelligenza, la volontà, l’affettività, l’azione, la personalità intera vuole diventare dono, e quanto più cresce in noi la capacità di abbandono, tanto più si intensifica la certezza che niente può sconfiggere l’amore. Stupenda certezza!

San Paolo afferma: «Non sono più io che vivo ma è il Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Qui camminiamo ogni giorno coltivando reciprocamente lo stupore per un Dio così grande, ma così vicino, così desideroso di donarci il Suo amore. Qui cresciamo e ci accorgiamo che se ci affidamo interamente a Dio, il suo amore ci trae fuori dal nostro egocentrismo, ci libera da noi stesse. Qui, il più delle volte, è necessario compiere un cammino nel buio, una purificazione della fede. Qui, paradossalmente, perdendoci ci si ritrova. Qui si può anche vagare a lungo ma la tensione è approdare al lido dell’appartenenza esclusiva. Qui si procede per arrivare a poter dire come Giobbe che sia che viviamo, sia che muoriamo, sia che siamo ricche o che siamo povere, sane o malate, valiamo unicamente in relazione a Lui, al nostro Dio. Qui la comunione con Dio vale più di tutto il resto. Qui mentre tutto passa, Dio rimane e la vita riceve consistenza proprio da questa relazione vitale e indistruttibile che abbiamo con Colui che è.

mercoledì 7 ottobre 2015

Iniziare un percorso di discernimento vocazionale

Signore cosa vuoi che io faccia? Eccomi!

Queste brevi righe sono per te che leggi e hai sperimentato lo sguardo di Gesù sulla tua persona e la tua storia.

Se ti sei sentita "guardata" da Lui con amore... 

Il Signore "accende un fuoco" nel tuo cuore, ti attrae verso di Sé, verso il Monte, per fare esperienza di Lui.

Ti scopri alla ricerca delle orme di Dio nel tuo vivere quotidiano… ogni giorno intravedi i segni tracciati da Gesù per te e nella tua vicenda...Sperimenti come il Signore, in qualche modo, abbia già bussato segretamente al tuo cuore…

SE dentro di te nasce curiosità e fascino per la salita del monte Carmelo... E il “Venite saliamo al Monte del Signore “ (Is.2,3) apre in un itinerario carico di evocazione spirituale capace di dare consistenza e gusto alla vita...

Se le figure di Santa Teresa di Lisieux, Giovanni della Croce e dei santi carmelitani suscitano in te attrazione e vuoi “avventurarti” in un ascolto profondo, disarmato e liberante della volontà di Dio sulla tua esistenza la comunità ti offre la possibilità di un percorso di discernimento. 


lll

lunedì 21 settembre 2015

Sono nata per te Signore

Dal Carmelo Janua Coeli


Mi hai fatto forza e hai prevalso ….

Nel corso dei secoli, opere magistrali, interessanti meditazioni, autorevoli riflessioni hanno trattato il tema della volontà di Dio e dell’adesione ad essa da parte dell’uomo. Insigni autori, uomini di preghiera, mistici, hanno saputo esprimere, nel tempo, con forza dottrinale e sapienziale, contenuti riguardanti questa tematica, ne hanno dato definizioni, indicazioni per riconoscerla, descritto vie e mezzi per attuarla. Hanno aiutato a leggere la Scrittura permettendo di riconoscerne in ogni frammento un particolarissimo modo di Dio di donare amore all’uomo piegandosi su di lui, irrompendo nella sua storia, suscitando vita, manifestando chiaramente e continuamente il suo unico divino desiderio di renderlo partecipe della comunione d’amore trinitaria, nonostante la sua infedeltà e il suo peccato. Molti santi hanno accolto dalle mani di Dio e sviluppato carismi pregnanti di fascino e “verità” spitiuale in grado di accompagnare il cammino di santità di molti cristiani desiderosi di vivere il vangelo in pienezza fino al culmine di quella volontà unitiva che rende partecipi dell’obbedienza totale di Cristo al Padre.

Di fronte a tanta ricchezza, ogni considerazione potrebbe risultare un balbettio ridondante, più o meno di effetto, tuttavia, scorgendo nella mia vicenda umana l’originalità d’amore con la quale Dio interviene nella storia di ogni persona, provo a esprimere, in chiave puramente esperienziale, cosa stia significando e comportando per me riconoscere, comprendere e vivere il Suo volere.

Il labirinto dei miei desideri è stato sempre abitato da una grande ricerca di senso, di pienezza, di totalità. Nonostante le mie innegabili fragilità e fratture, ho sempre cercato per la mia vita e nella mia vita misure decise. Non ho mai agognato nessun guinnes dei primati, tuttavia ho partecipato con adesione piena, immedesimazione, contatto profondo e tanta passione a ciò che sceglievo o “la vita sceglieva per me”.

Proprio in questa spinta interiore forte e potente, non senza cadute, infedeltà, naufragi… ho riconosciuto e continuo a riconoscere l’impatto travolgente del pensiero di Dio sulla mia vita e la sua misteriosa, irrazionale, potente forza d’amore con la quale ha voluto e vuole legarsi a me.

Seguendo le oscillazioni della mia povera umanità segnata dalla storia personale, scheggiata qua e là da una presunta libertà, arbitrariamente gestita, ferita da battaglie interne ed esterne non sempre ben combattute, a volte perse a volte vinte… insomma adattandosi caparbiamente a questa mia umanità caduca e debole, Dio continua ad irrompere, a far forza su tante mie resistenze e a prevalere.

Fuori da ogni logica umana, con una follia divina d’amore, al di là di ogni mia distrazione o aridità, mi coinvolge decisamente nella sua passione per me e mi sprona a tentare di corrispondere a questo suo grande amore, consapevolemente, con tutte le potenze del mio cuore, sempre sia quando la mia piccolezza non è in grado di capire le sue richieste, sia quando le sue richieste, al mio gusto troppo esigenti, mi porterebbero alla resa e quando, senza mezzi termini, la sua passione d’amore propone un coinvolgimento doloroso e assume i connotati della solitudine, dell’angoscia e del dono della vita.

Dicendo questo non dichiaro di fare scelte eroiche nè tanto meno di imbattermi in situazioni estreme, semplicemente mi trovo avvinta in una passione che mi porta ogni mattina ad alzarmi desiderando e provando con tutte le mie forze e, soprattutto, invocando l’aiuto del suo Spirtito, a vivere almeno per un giorno, come una scintilla di questo grande fuoco, attenta alla Sua presenza dentro di me, nelle relazioni più eterogenee, nel cuore e nella vita della persona che mi pone accanto, nelle circostanze più ordinarie, nei dettagli, nelle sfumature e nella costante riesumazione delle mie povertà che, per la Sua bontà, fluttuano sulle acque della Grazia e della Misericordia.

Ogni mattina supplico il Signore affinchè mi lasci vivo il ricordo del Suo ardente desiderio di me, e che io abbia nel cuore, nonostante tutto, forte, acceso e divorante il fuoco della passione per Lui; che mi dia la capacità di deporre la mia volontà per sintonizzarla con la Sua carità, di modulare il mio pensiero sulle frequenze della Sua verità, di tessere il mio operare con le trame della Sua libertà.

Diverse variabili intervengono nella mia vita e rendono ondulato il cammino della adesione a Lui ma mi da forza la certezza di essere un’idea eterna di Dio. Nel mio procedere intravedo i tratti del Suo progetto e comprendo, tra una caduta e l”altra, che l’dea del mio Dio è che io viva per Lui, di Lui, in Lui, che cresca, mi edifichi e porti i frutti per i quali Egli mi ha creato. Il buio che in alcuni momenti mi avvolge, il marasma delle emozioni che talvolta mi pervade, la fragilità nelle tentazioni e nelle prove…. tutto mi attraversa! Mi sostiene, tuttavia, il pensiero che la sua idea su di me è invariabile, eterna, raccoglie la mia vita nella sua totalità.

La voce del mio io, smanioso di permanere, di essere, in alcuni momenti, stenta a riconoscersi nella sua reale natura e statura e con arroganza e supponenza domanda al cuore: Dove è finita la tua genialità, il tuo spirito creativo, la tua carismaticità? Che fine han fatto le tue doti, le tue competenze, tutti i doni che fino a ieri mettevi a frutto sul campo e che vedevi, non senza fatica e dolore, fecondare e vivere? Perchè rimani inerme mentre scompari tra la nebbia dell’anonimato più estraneo ?

Ma, nei momenti di resa, quando il cuore si lascia irrorare da rivoli di fiducia, l’io si ridimensiona, si osserva circoscritto nei suoi reali tratti di finitudine e normalità. l’intera esistenza non riesce più a riconoscersi e a ritrovarsi in nessuna delle esperienze di apparente pienezza, anzi avverte un grande senso di piccolezza, di vacuità e una sete, una grande sete di Dio. Prevale un grande bisogno di guarigione, l’esigenza di vivere totalmente consegnata al Suo amore, senza attesa di grandi eventi o di occasioni speciali, perchè ogni momento appare unico ogni relazione importante, ogni caduta, empasse, aridità evidente miseria invocante misericordia.

Ed ecco emergere, dal profondo del cuore, il canto fermo della Parola nascosta in me, nonostante me, che sommessamente ma decisa afferma: ” Dove è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore” Tu mi hai rapito il cuore sorella mia, mia sposa. Io ti ho chiamata per nome tu mi appartieni… E si rafforza una determinante volontà di partecipazione e adesione ad ogni istante della vita con l’intensità di chi riconosce nascosta in tutte le vicende, l’idea di Dio su di te alla quale Egli apporta qua e là delle potature, per portare a compimento quanto ha iniziato e che senza posa fa gridare: Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non trova pace se non riposa in te.

Spesso osservo il cammino di donne che prima di me o accanto a me vivono o hanno vissuto afferrate dall’amore di Dio fino al dono totale e come loro mi domando: Che cosa devo fare? Scrive Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce:« Cercare con tutte le forze di essere vuoti, di avere i sensi mortificati, la mente rivolta al cielo attraverso la speranza; la ragione rivolta a Dio con l’occhio schietto della fede, la volontà votata per amore alla volontà di Dio».
E santa Teresa con dei meravilgiosi versi dice:

Sono nata per Te, per Te è il mio cuore.


Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

Vita o morte, trionfo oppur infamia,


infermità o salute,

sia che in pace Tu mi voglia o in orride


pene continue e acute

tutto accetta e gradisce questo cuore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

Dammi ricchezza o in povertade astringimi,


inferno dammi o cielo,

vita sepolta fra più dense tenebre

o senza velo:

a tutto mi sommetto, o dolce Amore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

L’alma, se vuoi, di gioia inalterabile


oppur d’assenzio inonda;

divozione, orazione, ratti ed estasi

o siccità profonda:

nel tuo volere trova pace il cuore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Sono nata per Te, per Te è il mio cuore. 


Dimmi che vuoi da me, dimmi Signore!

La capacità unitiva alla volontà di Dio di queste donne è un chiaro segno che la loro totale resa all’amore di Dio, è frutto di un graduale spogliamento esteriore ed interiore per dilatare il cuore sugli spazi sconfinati del suo amore:“Sono venuta nel mio giardino sorella mia, mia sposa e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo”

Sussurra una voce interiore : “Il mio bene è stare vicino a Dio”….: lascia fare a Lui, non rifiutargli nulla, sii come argilla nelle sue mani entra con tutto il tuo essere in questa logica ri-creante di purificazione, riparatrice di espiazione e di amore bruciante e invoca di vivere fino in fondo il momento presente, con tutta la partecipazione di cui sei capace, non esitare davanti alla tua evidente debolezza, nella prova come nella consolazione procedi con audacia, perchè ” il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono eterne …. perché il Signore ti ama”


lll

mercoledì 19 agosto 2015

Qual è la missione delle monache di clausura nella Chiesa?

La Chiesa, Sposa del Verbo, realizza il mistero della sua unione esclusiva con Dio, in modo esemplare, in coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa. Per questo motivo l'Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta la vocazione e missione delle monache di clausura, come « segno dell'unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato », illustrandone la singolare grazia e il prezioso dono nel mistero di santità della Chiesa. Le claustrali, in ascolto unanime e in amorosa accoglienza della parola del Padre: « Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto » (Mt 3, 17), rimangono sempre « con Lui sul monte santo » (2 Pt 1, 17-18) e, fissando lo sguardo su Gesù Cristo, avvolte dalla nube della divina presenza, aderiscono pienamente al Signore. Si riconoscono particolarmente in Maria vergine, sposa e madre, figura della Chiesa e, partecipi della beatitudine di chi crede (cf. Lc 1, 45; 11, 28), ne perpetuano il « Sì » e l'adorante amore alla Parola di vita, divenendo insieme con lei memoria del cuore sponsale (cf.Lc 2, 19.51) della Chiesa. La stima con cui da sempre la comunità cristiana circonda le contemplative claustrali è cresciuta parallelamente alla riscoperta della natura contemplativa della Chiesa e della chiamata di ciascuno al misterioso incontro con Dio nella preghiera. Le monache, infatti, vivendo ininterrottamente « nascoste con Cristo in Dio » (Col 3, 3), realizzano in sommo grado la vocazione contemplativa di tutto il popolo cristiano e divengono così fulgido contrassegno del Regno di Dio (cf. Rm 14, 17), « gloria della Chiesa e sorgente di grazie celesti ». (Verbi Sponsa,  Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica)

Da quanto si evince dallo stralcio dei documenti “VERBI SPONSA Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache” sopra riportato, si comprende come per vocazione, nella Chiesa, la monaca è chiamata a“stare davanti a Dio per tutti” Il suo è un carisma di intercessione. 
 Mi sembra interessante sottolineare che etimologicamente intercedere significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione” . Scriveva il card. Martini: « Intercedere non è dunque qualcuno da lontano che prega genericamente per … bensì qualcuno che si mette in mezzo, che entra nel cuore della situazione, che stende le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione». La monaca,  nel silenzio e nella non-visibilità, apparentemente vita perduta,  è chiamata ad intercede per i fratelli  assumendo la logica evangelica del mucchietto di lievito, del sale, della luce, del seme …. Fermentare scomparendo, diffondersi e rischiarare senza frastuono; dissolversi e insaporire; silenziosamente, sotto terra,  marcire,  morire, mettere radici .  La suora di clausura sta in mezzo, nel cuore delle situazioni facendosi spazio di silenzio in cui risuona la voce di Gesù insieme al grido inarticolato di tutti i sofferenti , di tutti gli uomini e le donne che percorrono le strade del mondo, spesso senza neanche sapere il perché.; silenzio che non teme l’insinuarsi del non senso e la fatica del fidarsi; silenzio offerto al Padre umilmente, perché lo possano incontrare.

È  il nostro modo di stare nella Chiesa e di servire i fratelli.

Usando un ‘immagine evangelica potremmo anche dire che nella chiesa, noi claustrali, siamo chiamate ad essere le donne del “sabato santo”…

…   Come quel  sabato quando Gesù è nel sepolcro,  gli amici lo hanno abbandonato, il popolo guarito  che lo ha osannato, che si è sfamato del suo pane, lo ha crocifisso, i discepoli si sono chiusi nel Cenacolo, terrorizzati e sgomenti,  le donne preparano gli aromi per compiere gli atti di pietà per la sepoltura  e Maria sta, nel silenzio della fede e dell’amore …; Come in quel sabato, quasi  prolungato nel tempo, noi claustrali  siamo chiamate alla  bellezza di esistere per Dio, cercate e portate sul monte per una lunga vigilia silenziosa dell'evento della Risurrezione,  immerse quasi in una pausa del tempo, raccolte nel cuore di Maria, con la nostra vita azzima, povera per abitare la speranza.

Il nostro è un sabato esistenziale nel quale portiamo gli aromi della nostra attesa orante, per  far profumare d’immortalità le nostra mente e il nostro cuore, ed esprimere la certezza che Gesù è vivo, oggi, qui in monastero, in mezzo alle nostre povere persone tese a dare tutto e per sempre.

…  La nostra vita è un lungo sabato di purificazione nel quale facciamo con Cristo delle nostre piccole vite  un investimento di vita totale che vince, come la Risurrezione, ogni resistenza e ogni morte nella sua intera estensione

 La nostre vita in monastero è una di lunga sosta  presso il mistero della nostra redenzione, mistero di riconciliazione di Dio con l'uomo, con ognuna  di noi che oltrepassa la separazione del peccato.
La nostra vita monastica è un lungo giorno di veglia sul torpore delle astenie, delle paure, delle fatiche, proprie e altrui; come amiche e sorelle ci inginocchiamo all’altare della croce e stiamo, in compagnia di Maria, cerchiamo di condividerne i sentimenti, chiediamo di essere figlie per sempre, la invitiamo a stare nella famiglia umana, e la supplichiamo che ci insegni come stare presso Dio per il mondo.

lunedì 3 agosto 2015

L’essere umano ha bisogno di amare

… Tutto comincia da un tuffo nella propria interiorità, qualche attimo di attenzione spirituale, una zummata di vangelo sulla casualità” degli avvenimenti, una virata consapevole dei bisogni profondi verso orizzonti durevoli e scorgi un filo rosso, una forza, una direzione, un marchio d’Autore che mai si smentisce creando e ri-creando nell’amore. E’ come il sangue, come la linfa, come l’aria, fonte della vita e anelito del cuore umano, desiderio e fulcro di relazioni profonde, alimento di ogni passione e spinta per ogni scalata o corsa, oggetto di ogni meta.
… E ti accorgi che siamo impastati di Amore! Siamo fatti per l’Amore! Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio Amore.
Ciò speiga perchè il cuore umano è impregnato del desderio di pienezza, di reciprocità, di completamento, di comunione e condivisione, di tenerezza.
Noi siamo fatti a immagine dell’Amore e il nostro cuore non è in pace se non riposa nell’amore.
In qualunque stato di vita, la persona cerca di gustare la gioia profonda dell’incontro di un tu dipsosto ad un noi generativo e fecondo, si tratti di rapporti di coppia, amicizia, parentali, o fosse anche la fusione con l’arte, la musica, la ricerca…..
L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato e in questa dialettica vuole esprimersi, espandersi, rigenerarsi….
Nella vita consacrata l’avventura dell’amore nasce e si risolve in Colui che è l’Amore: Dio Trinità.
Avventura di divina seduzione grazie alla quale si scolora ogni fascino mondano e, costi quel che costi, tu senti il bisogno di appartenerGli, vivere in Lui, morire per Lui. Ogni sua proposta ti appare esigente ma ineludibile, a tratti inedita e misteriosamente iscritta da sempre tra le trame della tua storia, segnata da rinuncie per un centuplo quaggiù e la vita eterna, sempre in fieri, come Lui, dalla croce alla risurrezione.
La stessa avventura di quell’amore eterno narrato in ogni pagina della S Scrittura, quel susseguirsi ed espandersi dell’amore di Dio per la sua creatura, che si ripete e si rinnova oggi per me con lo stesso pathos, la stessa forza travolgente e consumante che infiammò la vicende dei Patriarchi, dei Profeti, di Davide, e poi con Gesù, dei discepoli, di Marta e Maria, di Paolo ecc.
Dice il profeta Osea: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai […]. Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia[…]. Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare […]. Come farei a lasciarti, o Efraim? […] Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono.” (Os 11, 1-4).
O il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?” (Is 49, 15).
E Geremia: “Efraim è il figlio che amo, il mio bambino, il mio incanto! Ogni volta che lo riprendo mi ricordo di ciò, mi si commuovono le viscere e cedo alla compassione” (Ger 31, 20).
E il canto d’amore della Bibbia: “Forte come la morte è l’amore, le sue vampe sono vampe di fuoco” (cf Ct 8, 6),
Amore di desiderio e di scelta.
L’uomo desidera Dio, Dio desidera l’uomo, vuole e stima il suo amore, gioisce per esso “come gioisce lo sposo per la sposa” (Is 62,5)!
Vita consacarta: avventura di un amore forte e tanace come la morte, amore fedele, amore che le grandi acque non possono spegnere, amore che seduce, amore che educa, amore che perdona, amore che trascina sui sentieri della condivisione, della comunione, della grautuità, del dono di sè e che interpella ad una corrispondenza responsabile e totale :”mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecorelle “(Gv 21,15).
Dalla qualità della nostra risposta d’amore a questa domanda di Gesù dipende la bellezza e la pienezza della nostra vita consacrata ma è il suo amore che ci da la forza di un amore totale per Lui, un amore ardente che ci ” spinge” a mettere Lui sempre al primo posto, a cercare di piacerGli in ogni momento.a confrontare i nostri desideri con il suo desiderio. a vivere davanti a Lui come amico, confidente, sposo ed esserne felici, a sentire inquietudine al solo pensiero di stare un po’ lontane da Lui, ad essere piene di felicità quando siamo con Lui, a essere disposte a grandi sacrifici pur di non perderLo mai.
Amore che ci porta a preferire di vivere sconosciute come Lui ma con Lui, a desiderare di perdersi in Lui come unica meta dell’ esistenza, a supplicare continuamente l’aiuto dello Spirtio Santo per scegliere con coraggio, giorno dopo giorno di ripsondere con amore all’amore di Dio…..
“Se tacete, tacete per amore. Se parlate, parlate per amore. Se correggete, correggete per amore. Se perdonate, perdonate per amore. Sia sempre in voi la radice dell’amore, perché solo da questa radice può scaturire l’amore. Amate, e fate ciò che volete.
L’amore nelle avversità sopporta, nelle prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell’ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi paziente. E’ l’anima dei libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei misteri, è forza della scienza, è frutto della fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore. L’amore è tutto.” (S Agostino)

mercoledì 17 giugno 2015

Professione di suor Carmela

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del Sacro Cuore di Gesù abbiamo avuto la gioia della professione di una delle novizie, Carmela. 

Sr Carmela del Cuore di Gesù Bambino è originaria di Bari. Anche lei è una "ragazza del mare",
che ama il profumo della sua terra e il sole che si stende sugli ulivi. La sua vocazione è nata all'ombra della Basilica di san Nicola, frequentava il gruppo San Nicola's friends che si ritrova settimanalmente per la lectio. 

La celebrazione eucaristica durante la quale si è svolto il rito della professione temporanea è stata presieduta dal domenicano padre Emmanuel Albano che ha preparato la comunità nei cinque giorni precedenti la professione attraverso un approfondimento sulla II preghiera eucaristica. Tra i nove sacerdoti concelebranti erano presenti altri due domenicani e il Rettore del Santuario. Molto numerosi gli amici di sr Carmela che sono intervenuti alla celebrazione e insieme ai parenti hanno gioito con la Comunità del dono della Presenza di Gesù tra di noi

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