Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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mercoledì 4 novembre 2015

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù

Dal Monastero Janua Coeli in Cerreto di Sorano (Grosseto).


Entrare nel Mistero è fare nostri i sentimenti di Gesù, è l’invito che papa Francesco ha rivolto nei giorni di preparazione alla Pasqua per vivere in profondità l’evento della passione-morte e risurrezione del Cristo. Sono le parole di san Paolo che risuonano e raggiungono la realtà che viviamo per svincolarci all’inganno delle nostre paure, dei timori sempre in agguato, delle esitazioni che sovente incombono come minacce e ci sottraggono creando tentennamenti di vario genere. L’ancoraggio alla realtà ci sottrae da noi stessi, dal nostro ripiegamento, dalla superficialità con cui possiamo considerare il pericolo di essere predati dal peccato, sottovalutando il dramma della debolezza, la profondità del nostro tradimento e ci consente di scoprirci ancora carichi di amore come Pietro verso di Lui. Capaci ancora di amare Cristo nonostante il nostro rinnegamento. Allora la realtà della nostra pochezza avanza verso di noi, senza spaventarci, con la lucidità di chi ci fa compagnia invocando un cuore libero di amarla e un’intelligenza capace di riconoscere le orme del Maestro. Pietro rammenta chi è il Signore soltanto quanto incontra il suo volto, quando le lacrime solcano, velano lo sguardo e si accorge di amarlo, che è il suo solo amore proprio appena rinnegato. Al tempo stesso scopre la preziosità dell’amore per Cristo e il male a Lui arrecato.

La coscienza del nostro male sgorga infatti dal nostro amore per Cristo, ne è una dimensione. In realtà, però, questo nostro amore per lui è suscitato in noi proprio da Cristo, che ci ha amato per primo e che si è donato per noi fino alla morte in croce. Il nostro amore ci appare allora come una risposta alla sua iniziativa d’amore che ci precede.

Ecco dunque ciò che accade nella celebrazione eucaristica: la contemplazione del sacrificio di Cristo ci rimette davanti al fatto più fondamentale di tutti, così semplice e così indispensabile, il fatto che siamo amati. La consapevolezza della serietà del nostro male è nello stesso tempo e prima di ogni cosa consapevolezza della serietà dell’amore di Cristo per noi. Ecco perché ci ritroviamo lieti. Perché siamo amati. E a tal punto! Cosa inspiegabile per il mondo: che dalla memoria della sofferenza possa nascere la pace.

Un secondo aspetto di cui si nutre la letizia cristiana è l’attaccamento a ciò che è sacro. Vorrei togliere per un momento questa parola dall’ambito religioso, che ce la può far apparire scontata. La prendo dal linguaggio dei rapporti, in un senso più quotidiano forse, ma altrettanto serio: una parola che indica ciò che c’è di più intimo tra una persona e un’altra, di più personale e prezioso. Qualcosa che non si può trattare con leggerezza o esporre a sguardi o commenti irrispettosi.
Quando ci rimettiamo davanti alla vita di Gesù e in particolare alla sua passione, se vediamo in esse un unico atto d’amore per noi, ci rendiamo conto che l’obbedienza di Cristo e le sue sofferenze sono infatti espressione di quanto di più intimo e personale è avvenuto tra Lui e noi. Siamo stati amati fino a questo punto. Ha dato la sua vita per noi. Può esserci qualcosa di più prezioso e inviolabile per me di questo sacrificio d’amore, può esserci qualcosa di più sacro di questo fatto che definisce il mio rapporto con Dio? Ha sofferto ed è morto per ridarmi la vita. In che vuoto vivrei, dunque, se mi dimenticassi di questo? Che tragica superficialità, che insensibilità imperdonabile sarebbe la mia smemoratezza?

I primi cristiani, forse perché erano più vicini nel tempo agli eventi di cui abbiamo fatto memoria, avevano talmente viva questa evidenza che identificavano la dimenticanza con la dannazione, sulla terra e nell’eterno. Guardiamo agli autori del Nuovo Testamento: c’è per loro un’eventualità da scongiurare in tutti i modi, quella di voltare le spalle al sacrificio di Cristo come se non fosse accaduto nulla. Mi ha di nuovo colpito quest’anno un brano della lettera agli Ebrei che il breviario ci propone per la meditazione del lunedì santo: […] se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità – si legge –, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio (Eb 10, 26-27). Il peccato che non sarà perdonato è quello dell’infedeltà radicale di chi dimentica (e quindi rinnega), dopo averla conosciuta, la grazia del sacrificio di Cristo.

Fa tremare, questo testo, se lo leggiamo consapevoli della deriva del cristianesimo nel nostro continente europeo. L’apostasia di cui parla la lettera agli Ebrei è sotto i nostri occhi: svuotamento tragico della vita, personale e di interi popoli, che viene dal banalizzare la portata di questi eventi. Infatti la lettera rivolge con questo grido di allarme a chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano – profano è il contrario di sacro – quel sangue dell’alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia (Eb 10, 29). Costoro, si legge in un altro passo della stessa lettera, per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia (Eb 6, 4-6).

È come se l’autore ci dicesse: Non accada mai, vi scongiuriamo, che dimentichiate! Non considerate profano ciò che invece è la cosa più sacra che esiste! Questa urgenza, espressa in modo così severo, è dunque ancora una volta il segno di una consapevolezza del tutto positiva. Sembrano parole gridate ai suoi compagni da un uomo salvato per miracolo dal precipitare in un burrone: State indietro! Io ho visto l’abisso. C’è un senso di spavento in questo grido. È infatti con spavento che prendiamo consapevolezza che Dio è morto per noi! Spavento di fronte all’abisso della nostra possibile distrazione. Ciò che è accaduto una volta per tutte tra Dio e noi è qualcosa di serio, di drammatico, di profondo. Come potrei dimenticarmene? È veramente un’alleanza segnata nel sangue. È un per sempre. È, appunto, ciò che abbiamo di più caro, di più sacro.
Se pensiamo a questo, dopo il primo attimo di confusione per il nostro male e per l’enormità del dramma di cui siamo parte, ecco dunque che può sgorgare in noi la gioia della gratitudine. Viene il desiderio di gettarci ai suoi piedi e di dirgli: Io ti appartengo per sempre, Cristo mio. Tu hai dato la tua vita per me. Siamo stati riscattati per sempre, siamo stati strappati agli inferi e siamo tenuti da una mano forte, alla quale nessuno potrà mai più sottrarci. Cristo è arrivato infatti al sacrificio supremo proprio per liberarci dalla paura, per metterci al sicuro nella pace.Questa è la nostra vera vocazione, la nostra unica chiamata, il ricordo di Lui. Questa memoria ci riempie di gratitudine, di senso di consolazione e di certezza, di desiderio di ridonarci, di vivere per lui ogni attimo che ci è concesso. Se sei morto per me, io voglio vivere per te che sei morto e risuscitato per me (cfr. 2Cor 5,15).

Ed ecco che ritroviamo di nuovo la radice della letizia che è cresciuta tra noi in questi giorni. Non abbiamo forse fatto l’esperienza che la nostra comunione si rinnova e riprende luce, quando ci rimettiamo insieme davanti a Cristo e, uscendo, dalla distrazione in cui solitamente viviamo, riprendiamo coscienza di chi lui è per noi? Questa è la vocazione, questa è la vita cristiana. Vivere questa memoria.

giovedì 22 ottobre 2015

Per noi: Dio solo!

“La misura dell’amore sta nel non aver misura” (s. Bernardo). A partire dalle relazioni tra esseri umani, la molla che spinge a compiere in pienezza ogni opera è l’amore. Questo, che potrebbe suonare come un assioma, un postulato teorico, una definizione astratta, in realtà è l’esperienza quotidiana, questa è la storia di tutti i tempi e di tutte le latitudini: dove brucia il fuoco dell’amore, ogni atto, ogni parola, ogni gesto si caricano di un sapore particolare, di uno spessore diverso, di un’efficacia impensabile. L’amore prende avvio dalla conoscenza reciproca, una conoscenza che va ben oltre la conoscenza razionale, una conoscenza che ha canali diversi rispetto a quelli della pura logica. Tra amici, tra innamorati, tra madre e figlio, si può conoscere per via veritatis o per via pulchritudinis ma soprattutto si conosce per via amoris. Quando l’amore è sano, maturo, evolutivo, l’altro rimane altro ma la sua conoscenza diviene gradualmente appartenenza, diviene preferenza, diviene intimitià. L’amore umano nella sua bellezza e profondità, in qualunque relazione si esplichi, è l’espressione più piena della nostra somiglianza con Dio. E se l’amore tra persone trasforma, vivifica, dà senso e pienezza alla vita, a fortiori, sperimentare l’amore di Dio per noi significa rimanere sedotti, signifca rimanere avvinti, significa diventare assetati d’Amore. L’amore di Dio tocca il nervo della vita, ci si sente chiamate per nome, si avverte un’appartenenza, un’esclusività. Conosciuto l’amore di Dio, si può possedere tutto ma niente gli è pari e ogni cosa appare un nulla, non riempie, non appaga, non fa gioire il cuore. Conosciuto l’amore di Dio per noi, si costata anche l’abisso delle noste miserie ma ci si sente avvolte nel grande abbraccio della sua Misericordia, abbraccio di cui non si riesce più a fare a meno.

Per noi è stato così, Dio ci ha sedotte attirandoci in disparte, parlando al nostro cuore e continua a sedurci ogni giorno non con eventi straordinari ma con il volto umano di Gesù, con il suo modo unico di amarci, di incontrarci, di cercarci, di ridestare in noi la vita, di risanarla, di rimetterla continuamente in gioco, di amarla senza riserve. Allora amare Cristo, anzi di più: amare l’umanità di Cristo, diventa l’urgenza della nostra vita, urgenza che ci spinge ad entrare nel dinamismo di quella mutua ricerca che pone ogni istante nel senso di una Presenza. Scalino dopo scalino impariamo a riconoscerlo, ad amarlo nei dettagli, nelle sfaccettature di ogni relazione prossima o lontana. Così passa il tempo al Carmelo, nel continuo impegno dell’ascolto di Dio nella sua Parola, negli eventi, nell’altro e, man mano, l’ascolto diventa adesione, partecipazione, intimità, comunione, diventa un’esperienza d’amore. Si arriva qui cercando il Suo volto perchè se ne è avvertito il fascino, l’attrazione, il bisogno e via via, attraverso ogni attimo vissuto, nella gioia della risposta d’amore, come nell’esperienza dell’aridità, della solitudine negativa, della spoliazione, si scopre di essere così importanti per Dio da non dover temere nulla e questa importanza la si percepisce e la si comprende soltanto come amore.

Nada te turbe, nada te espante, todo se pasa, Dios no se muda; la paciencia todo lo alcanza; quien a Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta.(S teresa Di Gesù)
 Qui al Carmelo il quotidino, con i suoi chiaroscuri, ha una sola aria: Cristo che si vuol respirare sempre, Cristo che ci assedia, ci circonda, ci prende dolcemente ma implacabilmente senza clamore, umilmente come ogni cosa indispensabile ma imprendibile, inafferrabile come l’aria, come la luce, come l’acqua. Qui, come viandanti di Dio, camminiamo e se arriviamo desiderose di stare vicine a Dio, con Dio, crescendo ci accorgiamo di essere in Dio, di essere sue, vita della vita, uno con Dio, ci accorgiamo che forte come la morte è l’amore, che Lui stesso è la garanzia del nostro rimanere in Lui, l’anima della nostra fedeltà nonostante il nostro povero amore umano spesso attraversato da difficoltà, incoerenza, fragilità. Qui, nella semplicità di una vita vissuta in disparte, esprimiamo il desiderio di una donazione totale all’Amato, qui incendiamo il desiderio di vicinanza, di unità di appartenenza a Lui. Qui Dio entra nella nostra storia provocando una rivoluzione interiore, qui ci mettiamo in gioco, qui scommettiamo su Dio, qui, nel movimento di resistenza e resa, cambia la nostra modalità di amare e di sentirci amate. Qui il nostro amore diviene garanzia ed espressione di un amore più grande, immenso, diviene nell’offerta e nel dono di sè, espressione del Suo infinito amore. Qui cresce di giorno in giorno la tensione condivisa verso Lui e l’amore tende a una pienezza di comunione nonstante le incrinature, le possibili fratture, le caduta. …. Tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! (Ct 8,6)

Qui l’intelligenza, la volontà, l’affettività, l’azione, la personalità intera vuole diventare dono, e quanto più cresce in noi la capacità di abbandono, tanto più si intensifica la certezza che niente può sconfiggere l’amore. Stupenda certezza!

San Paolo afferma: «Non sono più io che vivo ma è il Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Qui camminiamo ogni giorno coltivando reciprocamente lo stupore per un Dio così grande, ma così vicino, così desideroso di donarci il Suo amore. Qui cresciamo e ci accorgiamo che se ci affidamo interamente a Dio, il suo amore ci trae fuori dal nostro egocentrismo, ci libera da noi stesse. Qui, il più delle volte, è necessario compiere un cammino nel buio, una purificazione della fede. Qui, paradossalmente, perdendoci ci si ritrova. Qui si può anche vagare a lungo ma la tensione è approdare al lido dell’appartenenza esclusiva. Qui si procede per arrivare a poter dire come Giobbe che sia che viviamo, sia che muoriamo, sia che siamo ricche o che siamo povere, sane o malate, valiamo unicamente in relazione a Lui, al nostro Dio. Qui la comunione con Dio vale più di tutto il resto. Qui mentre tutto passa, Dio rimane e la vita riceve consistenza proprio da questa relazione vitale e indistruttibile che abbiamo con Colui che è.

mercoledì 7 ottobre 2015

Iniziare un percorso di discernimento vocazionale

Signore cosa vuoi che io faccia? Eccomi!

Queste brevi righe sono per te che leggi e hai sperimentato lo sguardo di Gesù sulla tua persona e la tua storia.

Se ti sei sentita "guardata" da Lui con amore... 

Il Signore "accende un fuoco" nel tuo cuore, ti attrae verso di Sé, verso il Monte, per fare esperienza di Lui.

Ti scopri alla ricerca delle orme di Dio nel tuo vivere quotidiano… ogni giorno intravedi i segni tracciati da Gesù per te e nella tua vicenda...Sperimenti come il Signore, in qualche modo, abbia già bussato segretamente al tuo cuore…

SE dentro di te nasce curiosità e fascino per la salita del monte Carmelo... E il “Venite saliamo al Monte del Signore “ (Is.2,3) apre in un itinerario carico di evocazione spirituale capace di dare consistenza e gusto alla vita...

Se le figure di Santa Teresa di Lisieux, Giovanni della Croce e dei santi carmelitani suscitano in te attrazione e vuoi “avventurarti” in un ascolto profondo, disarmato e liberante della volontà di Dio sulla tua esistenza la comunità ti offre la possibilità di un percorso di discernimento. 


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lunedì 21 settembre 2015

Sono nata per te Signore

Dal Carmelo Janua Coeli


Mi hai fatto forza e hai prevalso ….

Nel corso dei secoli, opere magistrali, interessanti meditazioni, autorevoli riflessioni hanno trattato il tema della volontà di Dio e dell’adesione ad essa da parte dell’uomo. Insigni autori, uomini di preghiera, mistici, hanno saputo esprimere, nel tempo, con forza dottrinale e sapienziale, contenuti riguardanti questa tematica, ne hanno dato definizioni, indicazioni per riconoscerla, descritto vie e mezzi per attuarla. Hanno aiutato a leggere la Scrittura permettendo di riconoscerne in ogni frammento un particolarissimo modo di Dio di donare amore all’uomo piegandosi su di lui, irrompendo nella sua storia, suscitando vita, manifestando chiaramente e continuamente il suo unico divino desiderio di renderlo partecipe della comunione d’amore trinitaria, nonostante la sua infedeltà e il suo peccato. Molti santi hanno accolto dalle mani di Dio e sviluppato carismi pregnanti di fascino e “verità” spitiuale in grado di accompagnare il cammino di santità di molti cristiani desiderosi di vivere il vangelo in pienezza fino al culmine di quella volontà unitiva che rende partecipi dell’obbedienza totale di Cristo al Padre.

Di fronte a tanta ricchezza, ogni considerazione potrebbe risultare un balbettio ridondante, più o meno di effetto, tuttavia, scorgendo nella mia vicenda umana l’originalità d’amore con la quale Dio interviene nella storia di ogni persona, provo a esprimere, in chiave puramente esperienziale, cosa stia significando e comportando per me riconoscere, comprendere e vivere il Suo volere.

Il labirinto dei miei desideri è stato sempre abitato da una grande ricerca di senso, di pienezza, di totalità. Nonostante le mie innegabili fragilità e fratture, ho sempre cercato per la mia vita e nella mia vita misure decise. Non ho mai agognato nessun guinnes dei primati, tuttavia ho partecipato con adesione piena, immedesimazione, contatto profondo e tanta passione a ciò che sceglievo o “la vita sceglieva per me”.

Proprio in questa spinta interiore forte e potente, non senza cadute, infedeltà, naufragi… ho riconosciuto e continuo a riconoscere l’impatto travolgente del pensiero di Dio sulla mia vita e la sua misteriosa, irrazionale, potente forza d’amore con la quale ha voluto e vuole legarsi a me.

Seguendo le oscillazioni della mia povera umanità segnata dalla storia personale, scheggiata qua e là da una presunta libertà, arbitrariamente gestita, ferita da battaglie interne ed esterne non sempre ben combattute, a volte perse a volte vinte… insomma adattandosi caparbiamente a questa mia umanità caduca e debole, Dio continua ad irrompere, a far forza su tante mie resistenze e a prevalere.

Fuori da ogni logica umana, con una follia divina d’amore, al di là di ogni mia distrazione o aridità, mi coinvolge decisamente nella sua passione per me e mi sprona a tentare di corrispondere a questo suo grande amore, consapevolemente, con tutte le potenze del mio cuore, sempre sia quando la mia piccolezza non è in grado di capire le sue richieste, sia quando le sue richieste, al mio gusto troppo esigenti, mi porterebbero alla resa e quando, senza mezzi termini, la sua passione d’amore propone un coinvolgimento doloroso e assume i connotati della solitudine, dell’angoscia e del dono della vita.

Dicendo questo non dichiaro di fare scelte eroiche nè tanto meno di imbattermi in situazioni estreme, semplicemente mi trovo avvinta in una passione che mi porta ogni mattina ad alzarmi desiderando e provando con tutte le mie forze e, soprattutto, invocando l’aiuto del suo Spirtito, a vivere almeno per un giorno, come una scintilla di questo grande fuoco, attenta alla Sua presenza dentro di me, nelle relazioni più eterogenee, nel cuore e nella vita della persona che mi pone accanto, nelle circostanze più ordinarie, nei dettagli, nelle sfumature e nella costante riesumazione delle mie povertà che, per la Sua bontà, fluttuano sulle acque della Grazia e della Misericordia.

Ogni mattina supplico il Signore affinchè mi lasci vivo il ricordo del Suo ardente desiderio di me, e che io abbia nel cuore, nonostante tutto, forte, acceso e divorante il fuoco della passione per Lui; che mi dia la capacità di deporre la mia volontà per sintonizzarla con la Sua carità, di modulare il mio pensiero sulle frequenze della Sua verità, di tessere il mio operare con le trame della Sua libertà.

Diverse variabili intervengono nella mia vita e rendono ondulato il cammino della adesione a Lui ma mi da forza la certezza di essere un’idea eterna di Dio. Nel mio procedere intravedo i tratti del Suo progetto e comprendo, tra una caduta e l”altra, che l’dea del mio Dio è che io viva per Lui, di Lui, in Lui, che cresca, mi edifichi e porti i frutti per i quali Egli mi ha creato. Il buio che in alcuni momenti mi avvolge, il marasma delle emozioni che talvolta mi pervade, la fragilità nelle tentazioni e nelle prove…. tutto mi attraversa! Mi sostiene, tuttavia, il pensiero che la sua idea su di me è invariabile, eterna, raccoglie la mia vita nella sua totalità.

La voce del mio io, smanioso di permanere, di essere, in alcuni momenti, stenta a riconoscersi nella sua reale natura e statura e con arroganza e supponenza domanda al cuore: Dove è finita la tua genialità, il tuo spirito creativo, la tua carismaticità? Che fine han fatto le tue doti, le tue competenze, tutti i doni che fino a ieri mettevi a frutto sul campo e che vedevi, non senza fatica e dolore, fecondare e vivere? Perchè rimani inerme mentre scompari tra la nebbia dell’anonimato più estraneo ?

Ma, nei momenti di resa, quando il cuore si lascia irrorare da rivoli di fiducia, l’io si ridimensiona, si osserva circoscritto nei suoi reali tratti di finitudine e normalità. l’intera esistenza non riesce più a riconoscersi e a ritrovarsi in nessuna delle esperienze di apparente pienezza, anzi avverte un grande senso di piccolezza, di vacuità e una sete, una grande sete di Dio. Prevale un grande bisogno di guarigione, l’esigenza di vivere totalmente consegnata al Suo amore, senza attesa di grandi eventi o di occasioni speciali, perchè ogni momento appare unico ogni relazione importante, ogni caduta, empasse, aridità evidente miseria invocante misericordia.

Ed ecco emergere, dal profondo del cuore, il canto fermo della Parola nascosta in me, nonostante me, che sommessamente ma decisa afferma: ” Dove è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore” Tu mi hai rapito il cuore sorella mia, mia sposa. Io ti ho chiamata per nome tu mi appartieni… E si rafforza una determinante volontà di partecipazione e adesione ad ogni istante della vita con l’intensità di chi riconosce nascosta in tutte le vicende, l’idea di Dio su di te alla quale Egli apporta qua e là delle potature, per portare a compimento quanto ha iniziato e che senza posa fa gridare: Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non trova pace se non riposa in te.

Spesso osservo il cammino di donne che prima di me o accanto a me vivono o hanno vissuto afferrate dall’amore di Dio fino al dono totale e come loro mi domando: Che cosa devo fare? Scrive Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce:« Cercare con tutte le forze di essere vuoti, di avere i sensi mortificati, la mente rivolta al cielo attraverso la speranza; la ragione rivolta a Dio con l’occhio schietto della fede, la volontà votata per amore alla volontà di Dio».
E santa Teresa con dei meravilgiosi versi dice:

Sono nata per Te, per Te è il mio cuore.


Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

Vita o morte, trionfo oppur infamia,


infermità o salute,

sia che in pace Tu mi voglia o in orride


pene continue e acute

tutto accetta e gradisce questo cuore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

Dammi ricchezza o in povertade astringimi,


inferno dammi o cielo,

vita sepolta fra più dense tenebre

o senza velo:

a tutto mi sommetto, o dolce Amore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!

L’alma, se vuoi, di gioia inalterabile


oppur d’assenzio inonda;

divozione, orazione, ratti ed estasi

o siccità profonda:

nel tuo volere trova pace il cuore:

Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore!
Sono nata per Te, per Te è il mio cuore. 


Dimmi che vuoi da me, dimmi Signore!

La capacità unitiva alla volontà di Dio di queste donne è un chiaro segno che la loro totale resa all’amore di Dio, è frutto di un graduale spogliamento esteriore ed interiore per dilatare il cuore sugli spazi sconfinati del suo amore:“Sono venuta nel mio giardino sorella mia, mia sposa e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo”

Sussurra una voce interiore : “Il mio bene è stare vicino a Dio”….: lascia fare a Lui, non rifiutargli nulla, sii come argilla nelle sue mani entra con tutto il tuo essere in questa logica ri-creante di purificazione, riparatrice di espiazione e di amore bruciante e invoca di vivere fino in fondo il momento presente, con tutta la partecipazione di cui sei capace, non esitare davanti alla tua evidente debolezza, nella prova come nella consolazione procedi con audacia, perchè ” il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono eterne …. perché il Signore ti ama”


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mercoledì 19 agosto 2015

Qual è la missione delle monache di clausura nella Chiesa?

La Chiesa, Sposa del Verbo, realizza il mistero della sua unione esclusiva con Dio, in modo esemplare, in coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa. Per questo motivo l'Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta la vocazione e missione delle monache di clausura, come « segno dell'unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato », illustrandone la singolare grazia e il prezioso dono nel mistero di santità della Chiesa. Le claustrali, in ascolto unanime e in amorosa accoglienza della parola del Padre: « Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto » (Mt 3, 17), rimangono sempre « con Lui sul monte santo » (2 Pt 1, 17-18) e, fissando lo sguardo su Gesù Cristo, avvolte dalla nube della divina presenza, aderiscono pienamente al Signore. Si riconoscono particolarmente in Maria vergine, sposa e madre, figura della Chiesa e, partecipi della beatitudine di chi crede (cf. Lc 1, 45; 11, 28), ne perpetuano il « Sì » e l'adorante amore alla Parola di vita, divenendo insieme con lei memoria del cuore sponsale (cf.Lc 2, 19.51) della Chiesa. La stima con cui da sempre la comunità cristiana circonda le contemplative claustrali è cresciuta parallelamente alla riscoperta della natura contemplativa della Chiesa e della chiamata di ciascuno al misterioso incontro con Dio nella preghiera. Le monache, infatti, vivendo ininterrottamente « nascoste con Cristo in Dio » (Col 3, 3), realizzano in sommo grado la vocazione contemplativa di tutto il popolo cristiano e divengono così fulgido contrassegno del Regno di Dio (cf. Rm 14, 17), « gloria della Chiesa e sorgente di grazie celesti ». (Verbi Sponsa,  Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica)

Da quanto si evince dallo stralcio dei documenti “VERBI SPONSA Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache” sopra riportato, si comprende come per vocazione, nella Chiesa, la monaca è chiamata a“stare davanti a Dio per tutti” Il suo è un carisma di intercessione. 
 Mi sembra interessante sottolineare che etimologicamente intercedere significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione” . Scriveva il card. Martini: « Intercedere non è dunque qualcuno da lontano che prega genericamente per … bensì qualcuno che si mette in mezzo, che entra nel cuore della situazione, che stende le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione». La monaca,  nel silenzio e nella non-visibilità, apparentemente vita perduta,  è chiamata ad intercede per i fratelli  assumendo la logica evangelica del mucchietto di lievito, del sale, della luce, del seme …. Fermentare scomparendo, diffondersi e rischiarare senza frastuono; dissolversi e insaporire; silenziosamente, sotto terra,  marcire,  morire, mettere radici .  La suora di clausura sta in mezzo, nel cuore delle situazioni facendosi spazio di silenzio in cui risuona la voce di Gesù insieme al grido inarticolato di tutti i sofferenti , di tutti gli uomini e le donne che percorrono le strade del mondo, spesso senza neanche sapere il perché.; silenzio che non teme l’insinuarsi del non senso e la fatica del fidarsi; silenzio offerto al Padre umilmente, perché lo possano incontrare.

È  il nostro modo di stare nella Chiesa e di servire i fratelli.

Usando un ‘immagine evangelica potremmo anche dire che nella chiesa, noi claustrali, siamo chiamate ad essere le donne del “sabato santo”…

…   Come quel  sabato quando Gesù è nel sepolcro,  gli amici lo hanno abbandonato, il popolo guarito  che lo ha osannato, che si è sfamato del suo pane, lo ha crocifisso, i discepoli si sono chiusi nel Cenacolo, terrorizzati e sgomenti,  le donne preparano gli aromi per compiere gli atti di pietà per la sepoltura  e Maria sta, nel silenzio della fede e dell’amore …; Come in quel sabato, quasi  prolungato nel tempo, noi claustrali  siamo chiamate alla  bellezza di esistere per Dio, cercate e portate sul monte per una lunga vigilia silenziosa dell'evento della Risurrezione,  immerse quasi in una pausa del tempo, raccolte nel cuore di Maria, con la nostra vita azzima, povera per abitare la speranza.

Il nostro è un sabato esistenziale nel quale portiamo gli aromi della nostra attesa orante, per  far profumare d’immortalità le nostra mente e il nostro cuore, ed esprimere la certezza che Gesù è vivo, oggi, qui in monastero, in mezzo alle nostre povere persone tese a dare tutto e per sempre.

…  La nostra vita è un lungo sabato di purificazione nel quale facciamo con Cristo delle nostre piccole vite  un investimento di vita totale che vince, come la Risurrezione, ogni resistenza e ogni morte nella sua intera estensione

 La nostre vita in monastero è una di lunga sosta  presso il mistero della nostra redenzione, mistero di riconciliazione di Dio con l'uomo, con ognuna  di noi che oltrepassa la separazione del peccato.
La nostra vita monastica è un lungo giorno di veglia sul torpore delle astenie, delle paure, delle fatiche, proprie e altrui; come amiche e sorelle ci inginocchiamo all’altare della croce e stiamo, in compagnia di Maria, cerchiamo di condividerne i sentimenti, chiediamo di essere figlie per sempre, la invitiamo a stare nella famiglia umana, e la supplichiamo che ci insegni come stare presso Dio per il mondo.

lunedì 3 agosto 2015

L’essere umano ha bisogno di amare

… Tutto comincia da un tuffo nella propria interiorità, qualche attimo di attenzione spirituale, una zummata di vangelo sulla casualità” degli avvenimenti, una virata consapevole dei bisogni profondi verso orizzonti durevoli e scorgi un filo rosso, una forza, una direzione, un marchio d’Autore che mai si smentisce creando e ri-creando nell’amore. E’ come il sangue, come la linfa, come l’aria, fonte della vita e anelito del cuore umano, desiderio e fulcro di relazioni profonde, alimento di ogni passione e spinta per ogni scalata o corsa, oggetto di ogni meta.
… E ti accorgi che siamo impastati di Amore! Siamo fatti per l’Amore! Siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio Amore.
Ciò speiga perchè il cuore umano è impregnato del desderio di pienezza, di reciprocità, di completamento, di comunione e condivisione, di tenerezza.
Noi siamo fatti a immagine dell’Amore e il nostro cuore non è in pace se non riposa nell’amore.
In qualunque stato di vita, la persona cerca di gustare la gioia profonda dell’incontro di un tu dipsosto ad un noi generativo e fecondo, si tratti di rapporti di coppia, amicizia, parentali, o fosse anche la fusione con l’arte, la musica, la ricerca…..
L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato e in questa dialettica vuole esprimersi, espandersi, rigenerarsi….
Nella vita consacrata l’avventura dell’amore nasce e si risolve in Colui che è l’Amore: Dio Trinità.
Avventura di divina seduzione grazie alla quale si scolora ogni fascino mondano e, costi quel che costi, tu senti il bisogno di appartenerGli, vivere in Lui, morire per Lui. Ogni sua proposta ti appare esigente ma ineludibile, a tratti inedita e misteriosamente iscritta da sempre tra le trame della tua storia, segnata da rinuncie per un centuplo quaggiù e la vita eterna, sempre in fieri, come Lui, dalla croce alla risurrezione.
La stessa avventura di quell’amore eterno narrato in ogni pagina della S Scrittura, quel susseguirsi ed espandersi dell’amore di Dio per la sua creatura, che si ripete e si rinnova oggi per me con lo stesso pathos, la stessa forza travolgente e consumante che infiammò la vicende dei Patriarchi, dei Profeti, di Davide, e poi con Gesù, dei discepoli, di Marta e Maria, di Paolo ecc.
Dice il profeta Osea: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai […]. Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia[…]. Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare […]. Come farei a lasciarti, o Efraim? […] Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono.” (Os 11, 1-4).
O il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?” (Is 49, 15).
E Geremia: “Efraim è il figlio che amo, il mio bambino, il mio incanto! Ogni volta che lo riprendo mi ricordo di ciò, mi si commuovono le viscere e cedo alla compassione” (Ger 31, 20).
E il canto d’amore della Bibbia: “Forte come la morte è l’amore, le sue vampe sono vampe di fuoco” (cf Ct 8, 6),
Amore di desiderio e di scelta.
L’uomo desidera Dio, Dio desidera l’uomo, vuole e stima il suo amore, gioisce per esso “come gioisce lo sposo per la sposa” (Is 62,5)!
Vita consacarta: avventura di un amore forte e tanace come la morte, amore fedele, amore che le grandi acque non possono spegnere, amore che seduce, amore che educa, amore che perdona, amore che trascina sui sentieri della condivisione, della comunione, della grautuità, del dono di sè e che interpella ad una corrispondenza responsabile e totale :”mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecorelle “(Gv 21,15).
Dalla qualità della nostra risposta d’amore a questa domanda di Gesù dipende la bellezza e la pienezza della nostra vita consacrata ma è il suo amore che ci da la forza di un amore totale per Lui, un amore ardente che ci ” spinge” a mettere Lui sempre al primo posto, a cercare di piacerGli in ogni momento.a confrontare i nostri desideri con il suo desiderio. a vivere davanti a Lui come amico, confidente, sposo ed esserne felici, a sentire inquietudine al solo pensiero di stare un po’ lontane da Lui, ad essere piene di felicità quando siamo con Lui, a essere disposte a grandi sacrifici pur di non perderLo mai.
Amore che ci porta a preferire di vivere sconosciute come Lui ma con Lui, a desiderare di perdersi in Lui come unica meta dell’ esistenza, a supplicare continuamente l’aiuto dello Spirtio Santo per scegliere con coraggio, giorno dopo giorno di ripsondere con amore all’amore di Dio…..
“Se tacete, tacete per amore. Se parlate, parlate per amore. Se correggete, correggete per amore. Se perdonate, perdonate per amore. Sia sempre in voi la radice dell’amore, perché solo da questa radice può scaturire l’amore. Amate, e fate ciò che volete.
L’amore nelle avversità sopporta, nelle prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell’ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi paziente. E’ l’anima dei libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei misteri, è forza della scienza, è frutto della fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore. L’amore è tutto.” (S Agostino)

mercoledì 17 giugno 2015

Professione di suor Carmela

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del Sacro Cuore di Gesù abbiamo avuto la gioia della professione di una delle novizie, Carmela. 

Sr Carmela del Cuore di Gesù Bambino è originaria di Bari. Anche lei è una "ragazza del mare",
che ama il profumo della sua terra e il sole che si stende sugli ulivi. La sua vocazione è nata all'ombra della Basilica di san Nicola, frequentava il gruppo San Nicola's friends che si ritrova settimanalmente per la lectio. 

La celebrazione eucaristica durante la quale si è svolto il rito della professione temporanea è stata presieduta dal domenicano padre Emmanuel Albano che ha preparato la comunità nei cinque giorni precedenti la professione attraverso un approfondimento sulla II preghiera eucaristica. Tra i nove sacerdoti concelebranti erano presenti altri due domenicani e il Rettore del Santuario. Molto numerosi gli amici di sr Carmela che sono intervenuti alla celebrazione e insieme ai parenti hanno gioito con la Comunità del dono della Presenza di Gesù tra di noi

venerdì 29 maggio 2015

Intervista a una carmelitana

Intervista a una monaca carmelitana realizzata da Laura Badaracchi del settimanale "Credere".



Licia era infermiera e cantava in un pianobar. A 32 anni è entrata nel monastero di clausura Janua Coeli di Cerreto Sorano, in Maremma, ed è diventata suor Maria Abigàil. E, sulle orme di santa Teresa, ha trovato il senso della sua vita. Prima si prendeva cura dei malati come infermiera nelle corsie d’ospedale e si chiamava Licia. Amava cantare in un pianobar e stare con gli amici a Verona, la sua città, ma non le bastava. «A 32 anni ho sentito dentro di me sete di eternità: volevo il “per sempre”, cosa impossibile umanamente. L’età mi avrebbe costretta a lasciare il lavoro, e forse anche la voce prima o poi mi avrebbe abbandonato», ricorda. «Mi restava una carta da giocare, quella vincente e per tutta la vita: era il Signore, a cui affidavo tutti i suoi doni perché ne facesse ciò che voleva, dato che nella sua casa non esistono i limiti imposti dal mondo: non si guarda alla freschezza della giovinezza, alla voce chiara e limpida, non ci sono nazioni e frontiere da superare».

Da circa un anno il nome di Licia è diventato suor Maria Abigàil: il 24 maggio 2014 ha professato per la prima volta i voti di castità, povertà e obbedienza nel monastero carmelitano “Janua Coeli” a Cerreto di Sorano, borgo rurale in provincia di Grosseto ma più vicino all’umbra Orvieto, nella bassa Maremma. Colpita, come la Toscana, dal forte maltempo nei giorni scorsi: il vento ha sradicato qualche albero e scoperchiato parzialmente la parte finale del tetto della canonica, ma la quindicina di monache stanno bene e le vocazioni non mancano. Due novizie si stanno preparando alla loro professione temporanea: Giuditta il 12 aprile, domenica della Divina Misericordia, e Carmela il 12 giugno, domenica del Sacro Cuore di Gesù. Poi ci sono alcune postulanti che hanno già cominciato il loro percorso di discernimento.

Suor Maria Abigàil, oggi quarantenne, vive quindi in un Carmelo Janua Coelibenedetto da numerose chiamate e sorto presso il santuario dell’Addolorata, in un paesino ribattezzato la Lourdes (ante litteram) della Maremma, per l’apparizione della Madonna – il pomeriggio del 19 maggio 1853 – alla dodicenne Veronica Nucci, una semplice pastorella che badava al gregge insieme al fratellino minore. Dal ’92 le monache carmelitane sono custodi di questo luogo frequentato da tanti pellegrini. E in passato anche da Licia: «Dieci anni fa ancora mi confondevo tra coloro che, entrando in chiesa, venivano raggiunti dalla salmodia del coro delle monache. Anch’io amavo sostare tra i banchi di questo piccolo santuario di campagna. E curiosamente ripenso alla mia espressione mentre lo sguardo si posava sul loro sorriso; sapevo che la vita monastica era circondata da un alone di fascino, ma non è questo ciò che attrae», chiarisce suor Maria Abigàil. «Entrando in monastero conoscevo il richiamo interiore, profondo: non sono le melodie gregoriane o il profumo d’incenso a catturare l’anima, ma Qualcuno che ti ha amata per primo e al quale appartieni, nonostante tutto».

Questo “tutto” per Licia significava un’esistenza piena, realizzata, “normale”: «Non poteva farmi il Buon Dio dono più bello di una voce intonata, della passione per l’assistenza ai malati e dell’amore per la recitazione. Volevo fare tutto, pur lasciando un posticino all’idea ostinata di diventare missionaria in Africa. Avvertivo però che potevo realizzarmi come persona e come cristiana soprattutto attraverso la musica, arrivando a tutti cantando la fede». Così Licia lavorava di giorno in ospedale e di sera cantava in un pianobar. «A un certo punto ho capito che Dio mi lasciava la libertà di scegliere e non per esclusione, ma per preferenza... Nel Carmelo ho trovato quel “per sempre” che cercavo, e anche di più, perché qui posso essere tutta a tutti attraverso i doni che fanno di me una persona irripetibile».

Nella comunità contemplativa la religiosa si occupa della sartoria, dove ha imparato a cucire abiti per le consorelle; altre scrivono icone, altre ancora preparano confetture, marmellate e miele venduti in monastero per l’autosostentamento. Giornate semplici, scandite da preghiera, lavoro, momenti di condivisione e di silenzio. «Molte cose sono cambiate nella mia vita: orari, abitudini, rapporti, un nuovo modo di guardare gli altri e me stessa, di rientrare in me lasciando spazio alla Parola che è Cristo», testimonia suor Abigàil. «Lui stesso mi ha fatto dono di veder crescere in me una letizia mai sperimentata prima e una gioia senza pari: la sua pace è il tesoro più bello».

sabato 16 maggio 2015

Corpo e sangue di Cristo

Dal Carmelo di Cerreto di Sorano.

Chi mangia me, vivrà per me. Ti nutri di Lui? Quando Lui sarà passato interamente nella tua umanità, gli orizzonti si apriranno e sentirai dalle profondità del tuo Spirito la voce del suo Silenzio che ti chiama: Vieni al Padre! Sarà allora nostalgia in mezzo a tutte le tue attività tornare a Lui, stare con Lui, leggere ciò che parla di Lui, incontrarLo nel Pane e nel Vino, abbracciarLo in quel pezzetto di ostia che porta il cielo nella tua anima. Perché ne fai a meno quando l’unico tesoro della Vita è pronto da tempo per te? Gesù non è lontano dalle tue giornate, conosce i tuoi affanni, comprende le tue inquietudini. Aspetta che tu le condividi con Lui per riempire la tua vita di eternità. Lascia che benedica tutto ciò che sei, portalo a stare dentro di te, continuamente. Non dimenticare: Lui è con te!

lunedì 6 aprile 2015

Professione Semplice



Al Carmelo

Professione Semplice

di

sr Maria Giuditta del Sangue di Cristo

Il 12 Aprile 2015

ore 15.30



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domenica 1 marzo 2015

Discernimento vocazionale


Pubblico un'interessante lettera che una monaca carmelitana ha scritto a una ragazza in discernimento vocazionale.


Carissima ….
Dopo un tempo di preghiera, meditazione, ascolto della Parola e dei segni del quotidiano, mi accingo a scriverti qualche rigo per condividere con te frammenti di luce sul mistero insondabile della chiamata e indicarti, facendo riferimento alla mia personale esperienza, i possibili criteri di discernimento per una adeguata verifica delle tue mozioni interiori, perché anche tu come tante donne di tutti i tempi, possa cercare, riconoscere, trovare il tuo posto nella storia brillando e irradiando quella luce che Dio, nel suo infinito amore, da sempre vuole donarti.

“Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” hai visto bene geremia perché anche io vigilo  sulla mia parola per realizzarla   


Vorrei avviare la mia condivisione partendo da questo versetto del profeta Geremia alla cui lettura ti invito caldamente ….

Il mandorlo è un albero che ha il coraggio di  “gettare “ i suoi fiori quando il clima è ancora rigido, quasi come se stesse lì a vegliare  per spuntare al primo risveglio dall’inverno …. È un albero dagli occhi attenti, un albero sentinella …  un segno della primavera dentro le pieghe rigorose dell’inverno … un incantevole immagine dell’amore preveniente di Dio che abita la storia di ciascuno e traccia dal di dentro dell’esperienza quotidiana, senza calcare la mano, i tratti essenziali, la bozza su cui poi, insieme a Lui stendere il progetto, i colori, le sfumature.

E lo fa, come per il mandorlo, in modo imprevedibile, come il sorgere di un fiore delicato in inverno … quando, come e dove tu forse meno te lo aspetti…. A partire dal tuo normalissimo oggi ….

Dio è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti … al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova. Ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli del quotidiano, da quei semi presenti già nell’aria, ma che scendono soltanto su un terreno fertile. 

Quello che voglio dirti, carissima,  in altre parole, è che il primo passo fondamentale da compiere per conoscere la volontà di Dio per te è  provare ad “aprire gli occhi e spalancare il cuore all’ascolto” partendo dall’ hic et nunc in cui vivi, in cui Dio certamente ti tende la mano, in cui ti chiama per nome anche quando potrebbe sembrare tutto paradossalmente diverso o lontano  .

Discernere la volontà di Dio su di sé, secondo la mia personale esperienza, è addentrarsi fino in fondo, nel terreno della propria vita, cercare di riconoscerne l’humus dei propri valori, delle relazioni che instauro, del tempo che dedico alla preghiera, del modo in cui incontro la Parola di Dio…

Sai ci sono tantissimi esperti, tanti uomini e donne di Dio che potrebbero darti strade percorribili per incontrare il Dio vivente, ma nessuno può sostituirti alla tua personale esperienza di Lui , non un’esperienza puramente emozionale o sensibile ma quell’incontro vitale con la sua parola che è una persona: Gesù. 

Ricordi il brano del giovane ricco” Gesù fissatolo lo amò e gli disse”….

Oppure l’episodio del rinnegamento di Pietro quando dopo le sue tre menzogne, Gesù, si voltò, lo fissò ..,. e subito un gallo cantò, o ancora sempre a Pietro: Gesù lo fissò e gli disse: Simone mi ami tu più di costoro? E quasi mendicante d’amore formulò la richiesta tre volte per provare a strappare a Pietro una risposta amante, calda…. O quando, Maria di Magdala al sepolcro sconfortata per non aver trovato il corpo morto del maestro, talmente affranta dal suo dolore, gli parlò voltata di spalle senza riconoscerlo, e poi sentendosi chiamare per nome si voltò di scatto e riconobbe il Signore risorto….?

Potrei citarti tanti altri passi  anche dell’antico testamento, pensa a tutte le figure dei Patriarchi, abramo, Isacco, Giacobbe, Pensa la vocazione di Samuele, o di Davide …. pensa al profeta Elia la cui vita coincise con una zelante consapevolezza di vivere innanzi  e per il Dio vivente.  Leggi il cantico dei cantici poema d’amore per eccellenza . In ogni angolo della Bibbia trovi questo ponte lanciato sul cuore dell’uomo, questo braccio allungato questa mano tesa…  questo impeto d’amore totale e totalizzante, ma mi fermo a questi che mi fluiscono dal cuore perché non voglio sovraccaricarti di messaggi, solo riaffermarti un secondo passaggio importante:  

Il tuo sguardo si incrocia col suo, con una persona viva, quando la sua Persona che viene a te attraverso la sua parola diviene per te centrale, vitale, esistenziale, quando ti accorgi che cominci a provare a pensare come Lui, a vedere come Lui, a sentire come Lui, a provare quello che prova Lui… quando ti accorgi che non sentendo, provando, pensando come Lui, ti senti sola e persa, quando il tuo quadro di valori è il suo, quando la tua vita la senti spaesata se non si declina sul paradigma della sua volontà costantemente ricercata, se il suo volto non diviene il tuo nell’incontro con chi ti sta accanto, se le vicende quotidiane ti affannano, ti agitano, ti sovrastano, se i torti subiti o le sofferenze ingiuste ti inacidiscono, ti chiudono, ti alimentano astio e amarezza …

Terzo passo importantissimo allora è: non avere la presunzione di fare da sola… Dio infatti  è tutto a tutti, vicino, intimo a noi più di noi stessi ma al tempo stesso è unico, inaccessibile, inanerrabile  e la nostra piccola vita, se pur carica di doni, è poca cosa, è frammento, è parte, è porzione…. Diviene fondamentale il confronto costante con una guida spirituale, una persona radicata in Gesù che, proprio perché immersa in una storia di amore e di comunione con Lui può , con il suo aiuto, farsi mediazione, canale, strumento per te, e ti avvii  con una chiara visione di fede, ispirato dalla parola di Dio e mosso dallo Spirito Santo, nel cammino della comunione con Lui … 

La vocazione alla vita consacrata è uno stato che ha delle esigenze ben precise ed è importante che si vaglino con l’ausilio di un padre o madre spirituale le mozioni e motivazioni profonde  per riconoscere l’autenticità di una chiamata e la verità di una risposta che sia davvero progetto di Dio su di te.

Carissima, mi fermo a questi pochi spunti ti invito a farne oggetto di riflessione, di preghiera , di incontro con la Parola . Io da parte mia ti assicuro la mia preghiera perché tu, con l’aiuto di Maria,  possa  iniziare questa esperienza di  fiducia e affidamento amoroso al Signore della tua vita comprendendo pian piano il suo progetto su di te per poi aderire con fede speranza e amore...

martedì 27 gennaio 2015

I diversi gradi della perfezione cristiana

I gradi per cui uno si eleva alla perfezione sono numerosi; e non è qui il caso di enumerarli tutti ma solo di notare le principali tappe. Ora, secondo la dottrina comune, esposta da S. Tommaso, si distinguono tre tappe principali, o, come generalmente si dice, tre vie, quella degli incipienti, quella dei proficienti, quella dei perfetti, secondo lo scopo principale a cui si mira.

a) Nel primo stadio, la principale cura degli incipienti è di non perdere la carità che possiedono: lottano quindi per evitare il peccato, sopratutto il peccato mortale, e per trionfare delle male cupidigie, delle passioni e di tutto ciò che potrebbe far loro perdere l'amor di Dio 341-1. Questa è la via purgativa, il cui scopo è di mondar l'anima dalle sue colpe.

b) Nel secondo stadio si vuol progredire nella pratica positiva delle virtù, e fortificar la carità. Essendo già purificato, il cuore è più aperto alla luce divina e all'amor di Dio: si ama di seguire Gesù e imitarne le virtù, e poichè, seguendolo, si cammina nella luce, questa via si chiama illuminativa. L'anima si studia di schivare non solo il peccato mortale, ma anche il veniale.

c) Nel terzo stadio, i perfetti non hanno più che un solo pensiero, star uniti a Dio e deliziarsi in Lui. Costantemente studiandosi di unirsi a Dio, sono nella via unitiva. Il peccato fa loro orrore, perchè temono di dispiacere a Dio e di offenderlo; le virtù li attirano, specialmente le virtù teologali, perchè sono mezzi d'unirsi a Dio. La terra quindi sembra loro un esilio, e, come S. Paolo, desiderano di morire per andarsene con Cristo.

Sono queste brevi indicazioni soltanto che più tardi ripiglieremo e svolgeremo nella seconda parte di questo Compendio, dove seguiremo un'anima dalla prima tappa, la purificazione dell'anima, all'unione trasformante che la prepara alla visione beatifica.

Dei limiti della perfezione sulla terra.

Quando si leggono le vite dei santi e principalmente dei grandi contemplativi, si resta meravigliati al vedere a quali sublimi altezze può elevarsi un'anima generosa che nulla rifiuta a Dio. Nondimeno vi sono dei limiti alla nostra perfezione su questa terra, limiti che non si deve voler oltrepassare, sotto pena di ricadere in un grado inferiore o anche nel peccato.

1° È certo che non si può amar Dio tanto quanto è amabile: Dio infatti è infinitamente amabile e il nostro cuore, essendo finito, non potrà mai amarlo, anche in cielo, che con amore limitato. Possiamo quindi sforzarci d'amarlo sempre più, anzi, secondo S. Bernardo, la misura d'amar Dio è d'amarlo senza misura. Ma non dimentichiamo che il vero amore, più che il pii sentimenti, consiste in atti di volontà, e che il miglior mezzo d'amar Dio è di conformare la nostra volontà alla sua, come spiegheremo più avanti, trattando della conformità alla divina volontà.

2° Sulla terra non si può amar Dio ininterrottamente e senza debolezze. Si può certamente con grazie particolari che non sono rifiutate alle anime di buona volontà, schivare ogni peccato veniale deliberato ma non ogni colpa di fragilità; nè si diventa mai impeccabili, come la Chiesa ha in parecchie circostanze dichiarato.

[...]

3° Sulla terra non si può amar Dio costantemente o anche abitualmente con amore così perfettamente puro e disinteressato che escluda ogni atto di speranza. A qualunque grado di perfezione si sia giunti, si è obbligati a fare di tanto in tanto degli atti di speranza, e non si può quindi in modo assoluto restare indifferente alla propia salvezza. Vi furono, è vero, dei santi che, nelle prove passive, s'acconciarono momentaneamente alla loro riprovazione in modo ipotetico, cioè se tale fosse la volontà di Dio, pur protestando che in tal caso non volevano cessare d'amar Dio, ma sono ipotesi che si devono ordinariamente scartare, perchè di fatto Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini.

Si possono però fare, di quando in quando, atti di amor puro senza alcuna mira a sè stesso e quindi senza attualmente sperare o desiderare il cielo. Tal è, per esempio, questo atto d'amore di S. Teresa: "Se vi amo, O Signore, non è per il cielo che m'avete promesso; se temo d'offendervi, non è per l'inferno di cui sarei minacciata; ciò che m'attira verso di voi, o Signore, siete voi, voi solo, che vedo inchiodato alla croce, col corpo straziato, tra agonie di morte. E il vostro amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand'anche non ci fosse il paradiso, io vi amerei lo stesso; quand'anche non ci fosse l'inferno, pure io vi temerei. Nulla voi avete da darmi per provocare il mio amore; perchè, quand'anche non sperassi ciò che spero, pure io vi amerei come vi amo".

Abitualmente vi è nel nostro amor di Dio un misto d'amor puro e d'amore di speranza, il che significa che noi amiano Dio e per sè stesso, perchè è infinitamente buono, e anche perchè è la fonte della nostra felicità. Questi due motivi non si escludono, perchè Dio volle che nell'amarlo e nel glorificarlo troviamo la nostra felicità.

Non ci affanniamo quindi di questo misto e, pensando al paradiso, diciamo soltanto che la nostra felicità consisterà nel posseder Dio, nel vederlo, nell'amarlo e nel glorificarlo; così il desiderio e la speranza del cielo non impediranno che il motivo dominante delle nostre azioni sia veramente l'amor di Dio.



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)


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venerdì 16 gennaio 2015

Cosa sta a cuore dell’uomo?

La storia avanza. Nel procedere del tempo, degli eventi siamo invitati a cogliere ciò che è essenziale, che può avere senso, significato. Cosa sta a cuore dell’uomo? Cosa è veramente essenziale, importante? Riteniamo tutti che l’essere presenti gli uni alla vita degli altri sia decisivo. Sovente ci scopriamo persuasi di dover essere “nel mondo” nella storia come se questo significasse andare da una parte all’altra per “cogliere l’attimo” di più avvenimenti possibili e “partecipare” al vivere altrui, per non “perdere” un’occasione e poter dire “io c’ero”. Quest’espressione poi da emblema di uno status è passata a significare qualcosa di talmente incisivo da creare una sorta di vanto.

A volte sorprende la curiosità di chi immagina di trovare altro…come se vi fosse novità sotto il cielo e avvolto da una forma eccentrica di presenzialismo e realmente persuasi che questo tipo di “esserci”, fino all’estremo partecipare, sia un imperativo valido, tendiamo a diffondere questo tipo di sensibilità e a proporla. Ci ritroviamo incapaci di riposo, di sosta perché presi dal desiderio di affermare attraverso la presenza l’essere. Tutte le generazioni degli attuali abitanti della terra si sono potuti riconoscere in coloro che cercano di “non mancare mai” e questo che in sé può essere anche buono diventa indignazione verso coloro che sono assenti.

C’è perplessità di fronte a coloro che si indignano, che urlano la propria presenza e invocano quella altrui. Davanti a chi non accoglie la vita come semplice “comparsa” e accetta che ci sia un solo Onnipresente: il Signore. Siamo un po’ tutti affetti da presenzialimo e quando qualcuno non è presente, non “viene” vorremmo ci fosse a tutti i costi, raccontandoci storie sul valore della partecipazione, dell’impegno. La scrittura ammonisce “ non ti sdegnare, faresti del male”. Eppure con facilità consideriamo, valutiamo, riteniamo poco degne alcune situazioni non all’altezza, non adeguate, opportune.

E’ pur vero che le persone sono chiamate ad amplificare il loro spazio di dono nel contesto di una abitabilità priva di sdegno, giudizio, sospetto. Cosa cerchiamo quando invochiamo la presenza dell’altro? Cosa ci manca nell’assenza? Siamo ancora capaci di vivere presso una solitudine abitata dalla “comparsa”? Questo termine “comparsa” riecheggia un gusto inedito, ci riferiamo all'accezione teatrale che affonda le sue radici in una figura dalla “veste” semplice, non in primo piano che sa vivere ai margini di una storia, così accade anche nella nostra vita. In una società basata sulla autoreferenzialità resta duro accettare di non essere il “protagonista” della storia come se la soggettività, se esprimere il proprio Sè, obbligasse la persona, nelle singole occasioni, a calarsi sempre in una posizione “interessante”, a “dire la sua” .

La monaca carmelitana ben interpreta il ruolo della comparsa osservando la custodia del cuore e delle labbra, cedendo la parola, lascia il passo a chi gli è accanto e volentieri si fa canale del ciglio di scorrimento delle acque lungo la strada principale. La monaca carmelitana vive il suo palcoscenico con Dio davanti a Lui solo, chiusa la porta della cella pregando il Padre nel segreto. Modesta figurante sulla scena della sua comunità, tra la manciata dei più prossimi fino a lambire l’orizzonte della storia con ogni persona, la monaca conosce il lento processo dell’autentico raccoglimento interiore dove trova il suo giusto posto. Sceglie di restare luce fioca, silente, mettendo al centro l’altro con il suo mistero ma anche la sua diversità a volte più carente della propria persona ma memore del Paolino gareggiate nello stimarvi a vicenda vive un passo indietro lasciando, l’ultima parola, l’ultimo gesto, lo stare al cuore della fraternità. Vive fino in fondo il ruolo di comparsa considerando realmente le altre superiori a se stessa, la sua è una “minima importanza nella parte” agli occhi del mondo e di questo gioisce il suo cuore perché da buona comparsa, a sera, sa di essere stata serva inutile e questa è la sua paga …sera per sera!

mercoledì 7 gennaio 2015

Meditare la Parola di Dio

Pubblico la lettera che una monaca carmelitana ha scritto a una ragazza in discernimento vocazionale. 


Carissima,
                  colgo il tuo invito a continuare a scriverti per riflettere con te sul cammino di discernimento della volontà di Dio. Mentre nel silenzio, leggo alcune pagine di santa Teresa d'Avila, rifletto su quanto per una monaca carmelitana, l'incontro con la Parola, non sia relegabile ad un tempo “concentrato” quale può essere quello della meditazione, quanto piuttosto una  tensione di tutto l'essere verso ciò che è vitale, l'anelito verso una fonte per una sete mai saziata, la prima ricerca sin dall'aurora, l'incontro con l'Amato.

Queste considerazioni mi riportano a te e  al tuo cammino di ricerca vocazionale. Colgo che in te, l'esperienza di fede si va configurando sempre più come un incontro personale, un'amicizia speciale, una condizione esistenziale; vivi le tue giornate cercando di comprendere, in ogni segno, l'autenticità di quell'appello interiore ad una forma di vita totalmente e profeticamente consegnata a Lui; desideri che la preghiera non sia una pratica ma una disposizione costante e coerente di tutto il tuo essere all'incontro con Colui dal quale sappiamo di essere amati;  sei lì, alla soglia del tuo cuore nel desiderio di incontrarlo intimamente, profondamente, autenticamente. E penso.... che  proprio a questo punto del tuo processo di discernimento, come anche nell'esercizio di una formazione continua, sia fondamentale coltivare, custodire, l'incontro con la Parola; qui infatti, in questo incontro vitale, serio, attento, guidato, possiamo  riconoscere la nostra storia personale come storia di salvezza, fare una lettura sapienziale e vigilante degli accadimenti della nostra vita e scoprire la volontà di Dio su di noi.

"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (sal 119). Con cuore orante, così preghiamo con il salmista e con questo versetto ti invito oggi a pregare consapevole che incontrare la Parola è "stare in compagnia di Dio"  e a riconoscere,  gradualmente,  che questa Parola è data alla tua vita. Accostati costantemente alla Parola, non senza l'aiuto di una buona guida; ritorna sulla Parola letta, ascoltata; masticala, riportala puntualmente alla mente e al cuore come Parola per te, per il tuo oggi.

Il contatto con la Parola ti introdurrà al gusto di rimanere in essa, di radicarti alla sua terra, sentirai pian piano che è viva, che è una Persona, che è Dio stesso che si comunica a te. Non vedrai la Parola come una serie di precetti staccati e distanti dalla tua normalità, anacronistici, decontestualizzati, ma ti accorgerai che superando i limiti di un testo, storicamente condizionato, è il Verbo che inabita la storia e ti incanta, ti innamora, ti seduce con forza. Certo è importante avere anche qualche indicazione esegetica, qualcuno che ti aiuti ad entrare nell'ossatura dei testi nella struttura della lingua ecc., che ti faccia entrare nella Parola in modo sapiente...

Ti accorgerai man mano che ciò che contamina il cuore dell'uomo ha sempre lo stesso nome, ciò che fa ardere il cuore dell'uomo è sempre lo stesso fuoco, ciò che crea ferite all'uomo sono sempre le stesse fragilità... ti accorgerai in altre Parole che la sua parola è perenne, parla sempre e per sempre, rivela un Dio che si scioglie d'amore per l'uomo e rimane fedele nonostante le miserie di cui noi siamo capaci e chiama, chiama, continua a chiamare pazientemente, attira al suo cuore, per saziare l'incolmabile sete di felicità dell'uomo di tutte le epoche, di tutte le estrazioni, di tutti i popoli.

Mi sono forse un po' dilungata facendo forse anche qualche digressione, questo per provare a trasmetterti non solo il gusto ma la necessità della Parola. A maggior ragione poi se ti senti , chiamata alla vita monastica, ripeto, non puoi fare a meno di intrattenerti, sola col Solo mediante la sua Parola per ricevere  luce, scegliere e lasciarti scegliere, compiere  in te e lasciare che si compia in te la Sua Parola e poi umilmente e  per sempre contemplare e  ringraziare.

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