Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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martedì 27 gennaio 2015

I diversi gradi della perfezione cristiana

I gradi per cui uno si eleva alla perfezione sono numerosi; e non è qui il caso di enumerarli tutti ma solo di notare le principali tappe. Ora, secondo la dottrina comune, esposta da S. Tommaso, si distinguono tre tappe principali, o, come generalmente si dice, tre vie, quella degli incipienti, quella dei proficienti, quella dei perfetti, secondo lo scopo principale a cui si mira.

a) Nel primo stadio, la principale cura degli incipienti è di non perdere la carità che possiedono: lottano quindi per evitare il peccato, sopratutto il peccato mortale, e per trionfare delle male cupidigie, delle passioni e di tutto ciò che potrebbe far loro perdere l'amor di Dio 341-1. Questa è la via purgativa, il cui scopo è di mondar l'anima dalle sue colpe.

b) Nel secondo stadio si vuol progredire nella pratica positiva delle virtù, e fortificar la carità. Essendo già purificato, il cuore è più aperto alla luce divina e all'amor di Dio: si ama di seguire Gesù e imitarne le virtù, e poichè, seguendolo, si cammina nella luce, questa via si chiama illuminativa. L'anima si studia di schivare non solo il peccato mortale, ma anche il veniale.

c) Nel terzo stadio, i perfetti non hanno più che un solo pensiero, star uniti a Dio e deliziarsi in Lui. Costantemente studiandosi di unirsi a Dio, sono nella via unitiva. Il peccato fa loro orrore, perchè temono di dispiacere a Dio e di offenderlo; le virtù li attirano, specialmente le virtù teologali, perchè sono mezzi d'unirsi a Dio. La terra quindi sembra loro un esilio, e, come S. Paolo, desiderano di morire per andarsene con Cristo.

Sono queste brevi indicazioni soltanto che più tardi ripiglieremo e svolgeremo nella seconda parte di questo Compendio, dove seguiremo un'anima dalla prima tappa, la purificazione dell'anima, all'unione trasformante che la prepara alla visione beatifica.

Dei limiti della perfezione sulla terra.

Quando si leggono le vite dei santi e principalmente dei grandi contemplativi, si resta meravigliati al vedere a quali sublimi altezze può elevarsi un'anima generosa che nulla rifiuta a Dio. Nondimeno vi sono dei limiti alla nostra perfezione su questa terra, limiti che non si deve voler oltrepassare, sotto pena di ricadere in un grado inferiore o anche nel peccato.

1° È certo che non si può amar Dio tanto quanto è amabile: Dio infatti è infinitamente amabile e il nostro cuore, essendo finito, non potrà mai amarlo, anche in cielo, che con amore limitato. Possiamo quindi sforzarci d'amarlo sempre più, anzi, secondo S. Bernardo, la misura d'amar Dio è d'amarlo senza misura. Ma non dimentichiamo che il vero amore, più che il pii sentimenti, consiste in atti di volontà, e che il miglior mezzo d'amar Dio è di conformare la nostra volontà alla sua, come spiegheremo più avanti, trattando della conformità alla divina volontà.

2° Sulla terra non si può amar Dio ininterrottamente e senza debolezze. Si può certamente con grazie particolari che non sono rifiutate alle anime di buona volontà, schivare ogni peccato veniale deliberato ma non ogni colpa di fragilità; nè si diventa mai impeccabili, come la Chiesa ha in parecchie circostanze dichiarato.

[...]

3° Sulla terra non si può amar Dio costantemente o anche abitualmente con amore così perfettamente puro e disinteressato che escluda ogni atto di speranza. A qualunque grado di perfezione si sia giunti, si è obbligati a fare di tanto in tanto degli atti di speranza, e non si può quindi in modo assoluto restare indifferente alla propia salvezza. Vi furono, è vero, dei santi che, nelle prove passive, s'acconciarono momentaneamente alla loro riprovazione in modo ipotetico, cioè se tale fosse la volontà di Dio, pur protestando che in tal caso non volevano cessare d'amar Dio, ma sono ipotesi che si devono ordinariamente scartare, perchè di fatto Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini.

Si possono però fare, di quando in quando, atti di amor puro senza alcuna mira a sè stesso e quindi senza attualmente sperare o desiderare il cielo. Tal è, per esempio, questo atto d'amore di S. Teresa: "Se vi amo, O Signore, non è per il cielo che m'avete promesso; se temo d'offendervi, non è per l'inferno di cui sarei minacciata; ciò che m'attira verso di voi, o Signore, siete voi, voi solo, che vedo inchiodato alla croce, col corpo straziato, tra agonie di morte. E il vostro amore si è talmente impadronito del mio cuore che, quand'anche non ci fosse il paradiso, io vi amerei lo stesso; quand'anche non ci fosse l'inferno, pure io vi temerei. Nulla voi avete da darmi per provocare il mio amore; perchè, quand'anche non sperassi ciò che spero, pure io vi amerei come vi amo".

Abitualmente vi è nel nostro amor di Dio un misto d'amor puro e d'amore di speranza, il che significa che noi amiano Dio e per sè stesso, perchè è infinitamente buono, e anche perchè è la fonte della nostra felicità. Questi due motivi non si escludono, perchè Dio volle che nell'amarlo e nel glorificarlo troviamo la nostra felicità.

Non ci affanniamo quindi di questo misto e, pensando al paradiso, diciamo soltanto che la nostra felicità consisterà nel posseder Dio, nel vederlo, nell'amarlo e nel glorificarlo; così il desiderio e la speranza del cielo non impediranno che il motivo dominante delle nostre azioni sia veramente l'amor di Dio.



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)


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venerdì 16 gennaio 2015

Cosa sta a cuore dell’uomo?

La storia avanza. Nel procedere del tempo, degli eventi siamo invitati a cogliere ciò che è essenziale, che può avere senso, significato. Cosa sta a cuore dell’uomo? Cosa è veramente essenziale, importante? Riteniamo tutti che l’essere presenti gli uni alla vita degli altri sia decisivo. Sovente ci scopriamo persuasi di dover essere “nel mondo” nella storia come se questo significasse andare da una parte all’altra per “cogliere l’attimo” di più avvenimenti possibili e “partecipare” al vivere altrui, per non “perdere” un’occasione e poter dire “io c’ero”. Quest’espressione poi da emblema di uno status è passata a significare qualcosa di talmente incisivo da creare una sorta di vanto.

A volte sorprende la curiosità di chi immagina di trovare altro…come se vi fosse novità sotto il cielo e avvolto da una forma eccentrica di presenzialismo e realmente persuasi che questo tipo di “esserci”, fino all’estremo partecipare, sia un imperativo valido, tendiamo a diffondere questo tipo di sensibilità e a proporla. Ci ritroviamo incapaci di riposo, di sosta perché presi dal desiderio di affermare attraverso la presenza l’essere. Tutte le generazioni degli attuali abitanti della terra si sono potuti riconoscere in coloro che cercano di “non mancare mai” e questo che in sé può essere anche buono diventa indignazione verso coloro che sono assenti.

C’è perplessità di fronte a coloro che si indignano, che urlano la propria presenza e invocano quella altrui. Davanti a chi non accoglie la vita come semplice “comparsa” e accetta che ci sia un solo Onnipresente: il Signore. Siamo un po’ tutti affetti da presenzialimo e quando qualcuno non è presente, non “viene” vorremmo ci fosse a tutti i costi, raccontandoci storie sul valore della partecipazione, dell’impegno. La scrittura ammonisce “ non ti sdegnare, faresti del male”. Eppure con facilità consideriamo, valutiamo, riteniamo poco degne alcune situazioni non all’altezza, non adeguate, opportune.

E’ pur vero che le persone sono chiamate ad amplificare il loro spazio di dono nel contesto di una abitabilità priva di sdegno, giudizio, sospetto. Cosa cerchiamo quando invochiamo la presenza dell’altro? Cosa ci manca nell’assenza? Siamo ancora capaci di vivere presso una solitudine abitata dalla “comparsa”? Questo termine “comparsa” riecheggia un gusto inedito, ci riferiamo all'accezione teatrale che affonda le sue radici in una figura dalla “veste” semplice, non in primo piano che sa vivere ai margini di una storia, così accade anche nella nostra vita. In una società basata sulla autoreferenzialità resta duro accettare di non essere il “protagonista” della storia come se la soggettività, se esprimere il proprio Sè, obbligasse la persona, nelle singole occasioni, a calarsi sempre in una posizione “interessante”, a “dire la sua” .

La monaca carmelitana ben interpreta il ruolo della comparsa osservando la custodia del cuore e delle labbra, cedendo la parola, lascia il passo a chi gli è accanto e volentieri si fa canale del ciglio di scorrimento delle acque lungo la strada principale. La monaca carmelitana vive il suo palcoscenico con Dio davanti a Lui solo, chiusa la porta della cella pregando il Padre nel segreto. Modesta figurante sulla scena della sua comunità, tra la manciata dei più prossimi fino a lambire l’orizzonte della storia con ogni persona, la monaca conosce il lento processo dell’autentico raccoglimento interiore dove trova il suo giusto posto. Sceglie di restare luce fioca, silente, mettendo al centro l’altro con il suo mistero ma anche la sua diversità a volte più carente della propria persona ma memore del Paolino gareggiate nello stimarvi a vicenda vive un passo indietro lasciando, l’ultima parola, l’ultimo gesto, lo stare al cuore della fraternità. Vive fino in fondo il ruolo di comparsa considerando realmente le altre superiori a se stessa, la sua è una “minima importanza nella parte” agli occhi del mondo e di questo gioisce il suo cuore perché da buona comparsa, a sera, sa di essere stata serva inutile e questa è la sua paga …sera per sera!

mercoledì 7 gennaio 2015

Meditare la Parola di Dio

Pubblico la lettera che una monaca carmelitana ha scritto a una ragazza in discernimento vocazionale. 


Carissima,
                  colgo il tuo invito a continuare a scriverti per riflettere con te sul cammino di discernimento della volontà di Dio. Mentre nel silenzio, leggo alcune pagine di santa Teresa d'Avila, rifletto su quanto per una monaca carmelitana, l'incontro con la Parola, non sia relegabile ad un tempo “concentrato” quale può essere quello della meditazione, quanto piuttosto una  tensione di tutto l'essere verso ciò che è vitale, l'anelito verso una fonte per una sete mai saziata, la prima ricerca sin dall'aurora, l'incontro con l'Amato.

Queste considerazioni mi riportano a te e  al tuo cammino di ricerca vocazionale. Colgo che in te, l'esperienza di fede si va configurando sempre più come un incontro personale, un'amicizia speciale, una condizione esistenziale; vivi le tue giornate cercando di comprendere, in ogni segno, l'autenticità di quell'appello interiore ad una forma di vita totalmente e profeticamente consegnata a Lui; desideri che la preghiera non sia una pratica ma una disposizione costante e coerente di tutto il tuo essere all'incontro con Colui dal quale sappiamo di essere amati;  sei lì, alla soglia del tuo cuore nel desiderio di incontrarlo intimamente, profondamente, autenticamente. E penso.... che  proprio a questo punto del tuo processo di discernimento, come anche nell'esercizio di una formazione continua, sia fondamentale coltivare, custodire, l'incontro con la Parola; qui infatti, in questo incontro vitale, serio, attento, guidato, possiamo  riconoscere la nostra storia personale come storia di salvezza, fare una lettura sapienziale e vigilante degli accadimenti della nostra vita e scoprire la volontà di Dio su di noi.

"Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (sal 119). Con cuore orante, così preghiamo con il salmista e con questo versetto ti invito oggi a pregare consapevole che incontrare la Parola è "stare in compagnia di Dio"  e a riconoscere,  gradualmente,  che questa Parola è data alla tua vita. Accostati costantemente alla Parola, non senza l'aiuto di una buona guida; ritorna sulla Parola letta, ascoltata; masticala, riportala puntualmente alla mente e al cuore come Parola per te, per il tuo oggi.

Il contatto con la Parola ti introdurrà al gusto di rimanere in essa, di radicarti alla sua terra, sentirai pian piano che è viva, che è una Persona, che è Dio stesso che si comunica a te. Non vedrai la Parola come una serie di precetti staccati e distanti dalla tua normalità, anacronistici, decontestualizzati, ma ti accorgerai che superando i limiti di un testo, storicamente condizionato, è il Verbo che inabita la storia e ti incanta, ti innamora, ti seduce con forza. Certo è importante avere anche qualche indicazione esegetica, qualcuno che ti aiuti ad entrare nell'ossatura dei testi nella struttura della lingua ecc., che ti faccia entrare nella Parola in modo sapiente...

Ti accorgerai man mano che ciò che contamina il cuore dell'uomo ha sempre lo stesso nome, ciò che fa ardere il cuore dell'uomo è sempre lo stesso fuoco, ciò che crea ferite all'uomo sono sempre le stesse fragilità... ti accorgerai in altre Parole che la sua parola è perenne, parla sempre e per sempre, rivela un Dio che si scioglie d'amore per l'uomo e rimane fedele nonostante le miserie di cui noi siamo capaci e chiama, chiama, continua a chiamare pazientemente, attira al suo cuore, per saziare l'incolmabile sete di felicità dell'uomo di tutte le epoche, di tutte le estrazioni, di tutti i popoli.

Mi sono forse un po' dilungata facendo forse anche qualche digressione, questo per provare a trasmetterti non solo il gusto ma la necessità della Parola. A maggior ragione poi se ti senti , chiamata alla vita monastica, ripeto, non puoi fare a meno di intrattenerti, sola col Solo mediante la sua Parola per ricevere  luce, scegliere e lasciarti scegliere, compiere  in te e lasciare che si compia in te la Sua Parola e poi umilmente e  per sempre contemplare e  ringraziare.

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