Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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martedì 12 aprile 2016

Dal Silenzio all’amore

Pubblico un'interessante testimonianza scritta da una lettrice del blog vocazionale entrata nel Carmelo di Cerreto di Sorano (Grosseto).


“Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Come percepire nel profondo di noi stessi queste parole di divina seduzione, questa appassionata dichiarazione d’ amore di Dio, se il cuore non intraprende l’affascinate avventura del silenzio interiore? O come riconoscere la fonte dell’irresistibile desiderio di Assoluto che ti pervade, dell’insaziabile “sete incarnata” che ti brucia dentro, se non entrando nell’intimo e segreto silenzio della tua “cella interiore” ?

Si, questo incontro d’amore intimo, personale, profondo con Dio avviene quando il cuore, come un deserto, si ritrae dal vacuo fluire della loquacità, dalla lingua dell’esteriorità e superficialità, dal linguaggio inautentico, e si avventura nell’esperienza del silenzio .

Silenzio, non solo assenza di parole ma dimensione interiore che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale, rende possibile l’ascolto, l’accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di Colui che parla, un silenzio che è memoria di Cristo, presenza abituale alla propria coscienza della sua Persona, esperienza dell’inabitazione di Dio promessa da Gesù nel quarto Vangelo quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas

Non andare vagando al di fuori di te, non disperderti nell’esteriorità, ma rientra in te stesso, perché è in te, nel tuo cuore, che abita la Verità. Così esorta S Agostino, con parole ricche di sapienza spirituale.

Tale discesa nella profondità del cuore non è, però, un narcisistico ripiegamento su di sé ma la via che conduce alla verità di noi stessi, del nostro essere creaturale, incarnato nei frangenti del tempo che nella sua essenza e nel suo senso non può che ricondurre al Creatore, a Dio. Tale discesa è anche la via attraverso la quale Egli desidera entrare nei nostri cuori e ridurre al silenzio le tante speculazioni mentali, le rigidità, le agitazioni, far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,2).

Questo silenzio profondo oltre a generare in noi, uno spazio per far abitare Dio e la capacità di porsi in ascolto della Sua Parola, dispone all’ascolto intelligente, alla parola misurata, al discernimento del cuore dell’altro, apre la via alla carità, aiuta a vivere l’unico grande comando dell’amore di Dio e del prossimo. Questo silenzio che nutre la carità è adorazione della presenza di Dio, preghiera autenticamente cristiana e gradita al Signore.

Vivendo nell’era della massima comunicazione tendiamo a ritenere che la persona si possa realizzare solo nella misura in cui comunica nel “villaggio globale” raggiungendo il mondo in tutta la sua estensione in modo virtuale, nel giro di pochi secondi. Tale esigenza di comunicazione è certamente buona, tuttavia è proprio questo cammino verso la propria interiorità che diviene itinerario di vera liberazione dalla tirannia del proprio “io”, cammino di conversione. Non è tanto una questione di sforzi per rendersi umili e silenziosi, quanto piuttosto di chiedere con umiltà al Signore di farsi presente e suscitare nel nostro intimo attenzione a Lui e, in Lui, ad ogni persona e ad ogni evento.

Il silenzio interiore allora è una presenza a se stessi piena di Dio, un ambito infinito dove abitualmente l’anima riposa e incontra Cristo nel Suo mistero di comunione con gli uomini e diventa capace, per pura grazia, di accogliere e unirsi ai bisogni degli altri, che sono ormai parte vive della sua relazione con Lui.

Condotto da Dio nel deserto il cuore umano può così affermare che ciò che è l’aria per i polmoni, tale è il silenzio per l’anima sedotta da Dio.

venerdì 1 aprile 2016

Diventare carmelitana

Chi è la monaca carmelitana? 

La monaca carmelitana è una donna con un intenso desiderio di cercare il volto del Signore come l’unica cosa necessaria, una donna chiamata da Dio a vivere a tempo pieno o meglio a vivere “nel tempo, senza tempo” il ritmo della lode, dell’offerta, della supplica e dell’intercessione, una donna chiamata a cadenzare il proprio quotidiano al soffio del respiro di Dio, chiamata a lasciarsi plasmare dalla sua Parola, una donna che, maturando nell’ordinario la consapevolezza della propria fragilità, sente la chiamata all’annuncio silenzioso e nascosto nella logica del seme che se non marcisce e muore non può portare fruttoLa vocazione alla vita monastica carmelitana è una chiamata a compromettere la propria pochezza nell’esperienza del Tutto/nulla, è un lasciarsi coinvolgere in modo radicale, appassionato e totalizzante dalla volontà che Dio ha di scommettersi per l’uomo, è uno stare consapevolmente nella logica della sua kenosi. È una chiamata a vivere la vita non sul criterio del bisogno, dell’utilità, della visibilità. È una chiamata ad una vita un po’ “sprecata “, come l’unguento prezioso che quella donna sparse sul corpo di Gesù. Di fronte a quello spreco i commensali si indignarono ma Gesù lodò la donna. La carmelitana è chiamata da Dio a “sprecare” la sua esistenza rinchiudendosi, limitandosi nello spazio ma abitando e amando il mondo, versando il profumo della preghiera per ogni uomo, intercedendo con cuore di carne, dal profondo, dal di dentro, a portare Dio all’umanità e l’umanità a Dio e ad indicare un’”oltre”, una meta eterna che trascende ogni orizzonte terreno.

Come vive la monaca carmelitana la preghiera?

Per la carmelitana la preghiera è un rapporto di tenera amicizia e fiducioso abbandono in Dio, è il desiderio più profondo del proprio cuore di vivere in comunione costante con Lui. È la sua ragione di vita, il respiro della sua anima, il lasciarsi coinvolgere dal Suo donarsi per amore, il suo impegno apostolico, è lasciarLo vivere e amare in lei. Per questo la carmelitana vive la preghiera come una spinta del cuore verso il volto di Cristo che cerca nella solitudine, nel silenzio, nel nascondimento e che, sempre più consapevole della propria pochezza e fragilità, riconosce, trova e ama nella Parola, nella liturgia, nel vivere quotidiano, nella propria storia personale, nel volto dei fratelli e delle sorelle che porta a Dio con l’offerta silenziosa della propria vita.

Come si diventa monaca carmelitana?

La vita al Carmelo è risposta a una chiamata, come ogni altro stato di vita religiosa si riceve il dono di un'attrazione, di un desiderio, di un tendere verso la Santa montagna, per gustare la dolcezza della sua presenza e contemplare il  suo volto. Dio si rivolge alla persona nella sua interezza, così com'è, nella sua libertà.  Il Carmelo diventa desiderabile, luogo da "raggiungere", a volte neppure conosciuto precedentemente. Veramente il Signore "chiama" in maniera inattesa e chi vuole! Può capitare che non ci rendiamo conto di quello che sta accadendo, troppo intente nella vita di sempre o, anche, che il nostro sguardo non incroci il suo e non vediamo il gesto della sua mano e, sopraffatte da altri suoni, non riusciamo a percepire il nostro nome. Questa tensione interiore, questo desiderio lo possiamo sentire nascere all'improvviso dopo un'esperienza spirituale intensa, come un fiore che sboccia aprendosi in tutta la sua forma, come la folgore che arriva impetuosa o lentamente ci avvolge nel tempo fino a maturazione, accompagnando lo scorrere della vita e coinvolgendo le scelte determinanti.

Ci si sente "costretti"?

La proposta di un progetto non suona mai come un'imposizione anche se l'amore, nella misura in cui inonda la vita, in parte trasporta e conduce dove non si andrebbe mai, a fare cose che diversamente non si farebbero. Possiamo dire che siamo libere di amare, mentre l'assenza di amore ci rende schiave. Ma non sempre è immediato prestare l'orecchio alla sua parola, comprendere la sua"chiamata", rispondere al suo "desiderio". Dio vuole la nostra felicità. Da sempre, lungo la storia, ha chiamato uomini e donne a vivere in disparte, nella solitudine, nel deserto, per sperimentare, attraverso il raccoglimento,  una vita di profonda amicizia e intimità con  Lui. Dapprima la persona scopre dentro di sé una spinta, una vera e propria attrazione verso un luogo, uno stile di vita, verso altre persone che conducono quella stessa vita da cui ci si sente affascinate.

Cosa spinge?

Cio' che muove è comunque l'amore di Dio e se questo non è ben evidente all'inizio, diventa netto man mano che si percorre questo itinerario di trasformazione. Perché di un "cambiamento" si tratta. Non possiamo pensare di restare come prima, di "vederLo " e rimanere tal quali, di fare esperienza del suo amore e di non percepire il nostro cuore che muta. Lui stesso ci fa dono di un cuore di carne "toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne". Nella preghiera, nella frequentazione assidua della cella, nel silenzio e nella solitudine, la carmelitana non può evitare di guardare se stessa, consapevole della sua impotenza di fronte alla nudità, alla fragilità, all'ambiguità del suo essere "serva inutile" nelle mani di Dio. E dal suo Signore tutto attende: questa è l'unica certezza in un cammino nella nebbia fitta dove si naviga a vista. Un percorso in salita. In cui Dio porta a compimento l'opera che Lui ha iniziato e, volendo colmare interamente del suo amore, con estrema maestria lavora con strumenti adeguati il materiale che ha dinanzi perché sia perfettamente modellato. Vuoto da ogni ingombro. Capace di contenere l'esperienza dell'immensità di un amore trasformante.

La vita di cella, nella tradizione carmelitana è strettamente legata al tema del raccoglimento interiore, alla possibilità di percorrere gli spazi sconfinati dell'interiorità  e di focalizzare sempre il nostro oriente in Cristo Gesù, in una ricerca instancabile di Lui che spinge a migliorare e a crescere nell'amore.  Questo desiderio forte di "Dio solo" si esprime in una ricerca quotidiana dell'Eterno e nella costante consapevolezza di essere realmente peccatrici e non solo per modo di dire. Questa realtà può rendere "difficoltosa" la sequela, anche lì dove essa si profila come nostro vero bene e bene per altri. Se con sincerità guardiamo il nostro cuore, facilmente lo scopriamo altrove, sovente ripiegato su di sé, ma la vita monastica, l'assiduità con la Parola,  è "spietata" in questa analisi. Non si può sfuggire, ci si ritrova per quello che siamo: persone che senza di Lui non possono fare nulla. Scopriamo di avere innumerevoli attaccamenti a falsi beni, di essere tenacemente raggomitolate su noi stesse, o su rapporti per noi significativi, o a cose pure buone, lecite. Ma se usiamo un po' di onestà e rinnovato coraggio nel dare il nome autentico a ciò che abita dentro, se riconosciamo la nostra fragilità, la miseria che siamo, proclamiamo la sua misericordia, l'abbondanza della sua grazia nella nostra vita. Con il passare del tempo e attraversando l'itinerario di trasformazione interiore la monaca apprenderà che non c'è alcunché di preferibile al tesoro di Cristo, l'Unico necessario in cui possiamo riporre tutta la nostra fiducia, l'acqua in grado di dissetare la nostra sete.

E' semplice o si incontra qualche difficoltà?

Le difficoltà iniziali a lasciare gli affetti più cari, la possibilità di una realizzazione lavorativa sono accenno di quella che i padri chiamano "lotta spirituale": è l'uomo vecchio che portiamo dentro di noi, nel nostro mondo interiore che inizia a lasciare un po' di spazio perché l'uomo nuovo rinasca dall'alto...l'immagine che abbiamo di noi, quello che ci siamo sempre raccontate sulla nostra storia, anche quella "spirituale", di persona per bene, che prega, che cerca Dio, pian piano si sgretola e vengono meno i gineprai innalzati per difenderci e proteggere la vulnerabilità che portiamo dentro. Non ci sono altre vie d'uscita. Siamo davanti a noi stesse e quelli che sempre sono stati da noi considerati "aspetti del nostro carattere" iniziamo a considerarli dei difetti di fronte ai quali prendere una posizione è inevitabile: il Vangelo invita a un cambiamento: convertitevi!

Inoltre in sé  la vita integralmente contemplativa è poco "comprensibile", distante dai consueti modi di pensare e sentire il mondo di oggi che non tutte le persone che possiedono il germe della chiamata a tale stato di vita, hanno gli aiuti necessari per poterlo coltivare, comprendere, accogliere e rispondere nel suo inizio. E' necessario allora valutare bene nella preghiera e accostare una comunità di vita contemplativa iniziando un percorso di autentico discernimento.

Ma concretamente come si diventa monaca carmelitana?

Il cammino per divenire monaca carmelitana può essere descritto nella sua duplice sfaccettatura. L’itinerario formativo si avvia con un periodo di orientamento e verifica della candidata all'interno della comunità durante il quale si effettua una prima conoscenza reciproca e si avvia un discernimento oculato sulle motivazioni umane e spirituale autentiche . Effettuata questa prima esperienza se vengono riconosciuti i requisiti essenziali di una vocazione carmelitana, si avvia il postulandato, un periodo che può variare da 6 mesi ad un anno durante il quale si conosce più da vicino la persona ed ella a sua volta, comincia a conoscere, senza nessun obbligo ma più dall’interno, la vita monastica nella sua dimensione ascetica, comunitaria, di preghiera. Con il noviziato invece inizia la vita nell’Ordine, ed è un tempo particolarmente orientato alla vita spirituale affinché la novizia comprenda sempre più il senso della vocazione alla vita claustrale, e approfondisca il carisma carmelitano. Al noviziato segue la professione temporanea un atto pubblico, che incorpora all’Ordine con diritti e obblighi definiti, e impegna la professa a vivere secondo la regola. Dopo la professione temporanea, tenendo presente il cammino realizzato dalla monaca e seguendo determinati criteri di natura giuridica si emettono i voti solenni con i quali ci si consegna definitivamente e totalmente a Dio secondo lo spirito e la regola del Carmelo.

Come si distingue se veramente la vita carmelitana è la propria e non un’altra?

Seguire Gesù vuol dire riconoscere una traccia, non crearsi la strada, vuol dire drizzare le orecchie del nostro cuore per ascoltare lo Spirito è rimanere in una profonda postura orante, aperta, disponibile, farsi aiutare da chi ha già percorso il cammino e possiede più esperienza, e discernere nei nostri strati umani dove collocare l’invito e come darvi risposta perchè la forza della Parola di Dio è nella relazione.

Pertanto ritengo che il discernimento sulla chiamata alla vita contemplativa nel carisma carmelitano, passi necessariamente  dal confronto diretto con una comunità nella quale “ sostare”  per  riconoscere  i tratti distintivi di una vocazione carmelitana vedendo come, a partire dalla propria pochezza e fragilità la monaca declina il paradigma della propria identità carismatica nell’esperienza dell’ossequio a Gesù Cristo, in una vita musicata dalla liturgia, germinata nell’ascolto assiduo, silenzioso, orante della Parola e impastato dalle  mani gioiose e laboriose della sororità. 

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