Questo blog è gestito da un giovane fedele laico che desidera promuovere la spiritualità carmelitana. Le donne che desiderano contattare le Carmelitane di Cerreto di Sorano per chiedere informazioni sulla vocazione religiosa, possono scrivere al loro indirizzo: carmelitane@gmail.com

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mercoledì 1 febbraio 2017

Storia di una vocazione carmelitana

Pubblico una testimonianza di una monaca.

Più volte il mio pensiero era andato a Dio, a Colui da cui tutto proviene e a cui tutto torna ma non c’erano in me tante domande a cui riuscivo a dare risposte, tanti interrogativi e perplessità. La vita con le sue luci effimere mi avvolgeva ed ero attratta dal movimento ammaliante di un procedere consueto fatto di cose “buone: lo studio, la carriera, gli amici, le feste, gli affetti più cari.
Ho provato più volte a capire chi fosse il Mistero che avvolgeva la vita e le dava “gusto” ma restava mistero estraneo e non accessibile, sovente era un muro contro cui urtavo e dal quale non traevo alcun sostegno e nel mio cammino, che assumeva le connotazioni della lotta e dell’ostilità, il pensiero dell’Assoluto non produceva conforto. Decisi allora in cuor mio : “Non penserò più a Te, non mi darò pena per la tua esistenza!”

Amante della vita, ero portata naturalmente a coglierne gli aspetti positivi grazie anche all’educazione materna, tuttavia, sentivo un profondo senso di delusione, tristezza e molte perplessità, rispetto alla leggerezza, alla superficialità, alla vacuità che spesso coglievo in persone, e circostanze. In me nasceva l’intolleranza rispetto al sopruso sul debole quando vedevo l’oppresso schiacciato o il povero afflitto dal potente di turno e provavo tanta sofferenza a causa dell’indifferenza di chi restava a guardare. Mi sdegnavo facilmente e invocavo dignità, giustizia. Non mi rassegnavo all’idea che la vita fosse anche questo, che la sofferenza e la brutalità potessero convivere con la perfezione dell’uomo e che non si potesse fare nulla in modo incisivo.

Un incontro decisivo

Coabitavano in me un profondo senso di impotenza e, contemporaneamente, la strana certezza dell’esistenza di “qualcosa” per cui valesse la pena spendersi, vivere e morire. Poi un incontro ha cambiato la mia vita. Ho conosciuto persone che nella loro vicenda esprimevano gli stessi valori che io mi portavo dentro; in loro mi sono pienamente “ritrovata”. Ho creduto nella loro compagnia. Dio è passato attraverso la loro amicizia, i loro volti, le loro parole, i loro gesti e ha parlato alla mia storia. La loro testimonianza era credibile non perché fossero perfetti ma perché fratelli e sorelle profondamente carichi di compassione, di contentezza…, belle persone afferrate da una forza trainante che dava spessore e vigore al loro vivere, un qualcuno che spesso nominavano: Cristo.
Affascinata dal loro destino, dal mio intimo sgorgava, con sempre maggior frequenza, questa supplica: “Se tu rendi la vita così, mostrati anche a me”! Se solo Lui si fosse appena mostrato, se si fosse “concesso” anche a me, avrei intrapreso con audacia, speranza, certezza di ristoro, il santo viaggio rinvigorita dalla stessa fede che nutriva di senso e gioia la vita di questi nuovi amici Il loro essere di Dio non si fermava al rito, alla liturgia ma tutto il loro fare era un servire Dio. Vivevano con una tale dedizione, con un tale trasporto ogni circostanza tanto che i dettagli più ordinari, diventavano straordinari. Ero stupita. Una meraviglia nuova inondava la mia persona. Forse Dio stava donando anche a me uno sguardo diverso, capace di cogliere ciò che prima non vedevo?
Attraverso la testimonianza concreta di cristiani che si prendevano cura di me esperivo la verità della Parola: “Egli ha cura di voi”. Anch’io desideravo vivere la vita con la stessa ‘intensità che riuscivano a trasmettermi. Certo assistevo anche a momenti di distrazioni, ma erano facezie creaturali, limiti dell’umanità di uomini e donne comunque decisamente impegnate in un cammino, in una salita verso una vetta dagli scenari mozzafiato, incantevoli. Iniziavo ad avvertire che il Monte non mi era indifferente. Comprendevo man mano che, per me, solo uno stile di vita così poteva riempire di senso e qualità i miei giorni.

La lettura del Vangelo

Cercai a casa un vangelo e cominciai a leggere Matteo. La figura di Gesù catturò subito la mia attenzione, ero assetata. ” Chi vuol diventare il più grande si faccia il più piccolo” . E ancora, "Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini …. A ciascun giorno basta la sua pena." Leggevo e rileggevo poi le pagine di Giovanni come un’ innamorata legge e rilegge le lettere più care dell’amato lontano. Cominciai ad imparare a memoria san Paolo. Percepivo le sue parole rivolte a me, c’era un appello dietro ogni frase esigente, coinvolgente, che afferrava la mia vita. Un fuoco abitava nelle mie ossa e mi vedevo come una dilettante alle prese con una passione appena scoperta, tutta intenta a comprendere come poter acquisire le chiavi per entrare in questo mondo che diventava sempre più parte della mia pelle. Iniziai a studiare la scrittura e i padri. Iniziarono a prendere forma in me le parole del Vangelo “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza“. Era quello che cercavo.
Mi sentivo fortemente interpellata a vivere il momento presente con lo sguardo rivolto costantemente a Lui e percepivo la presenza di Dio vicina e reale, personale. Mi ripetevo: “Gesù Cristo è reale, è qui con me, è vero” Tutto mi sembrava straordinariamente concreto, pacificante, essenziale, semplice, accessibile. Il cuore colmo di gioia mi faceva sempre più chiaramente comprendere che anche a me era stato fatto il grande dono di una chiamata dell’Amore, all’amore Unico, totalizzante, indiviso, nonostante la mia piccolezza e fragilità. Intuivo via via che dovevo spogliarmi di molte cose, che la povertà era un atteggiamento fondamentale per vivere nel miglior modo possibile il rapporto con le cose perché potesse trasparire la bellezza e perché questa bellezza mi potesse rimandare a Lui. Scoprivo con stupore e gratitudine, che il Signore non censura niente di te, ti lascia vivere la tua vita dentro una libertà straordinaria, abita pazientemente la tua sete di senso e, con una strategia divina, ti attrae totalmente a sè, ti sceglie per realizzare la sua opera.

Ero felice! Avrei voluto gridare a tutti quanto era accaduto in me, farmi mani, braccia, cuore, gambe per portare a ogni persona il messaggio del Vangelo e costruire accampamenti di pace, spazi di libertà e abitabilità per ogni uomo. Certo mi resi presto conto di quanto fosse difficile accostarsi senza offesa e ferita alla coscienza, alla sensibilità o percezione dell’altro. Capivo inoltre che se Dio avesse voluto, avrebbe potuto “usare” strumenti migliori di “me”. Solo Lui poteva entrare nel cuore dell’altro e dal di dentro muovere e suscitare, sanare e guarire… Lui a me chiedeva un cuore orante, ginocchia piegate, preghiera senza sosta, vita offerta per lodarlo e vivere di Lui solo nel ricordo costante di ogni vivente memore della sua parola: ” Qualunque cosa chiederete nel mio nome, io la faro“.

Iniziai a frequentare il Carmelo.

lunedì 2 gennaio 2017

Vita monastica: un cammino di misericordia…

Post scritto da una monaca Carmelitana di Cerreto di Sorano.


Le più semplici circostanze del quotidiano, qualora siano anche ammantate di fragilità o miseria, ci possono permettere di sollevare i cuori nella lode e nel ringraziamento se vengono osservate con sguardo di fede e collocate nell’orizzonte della santità: “Siate santi perché io, il Signore vostro Dio sono santo” (Lv 19,2) Così procede il cammino monastico: dalla concretezza delle piccole cose dentro cui riconosciamo i moti dell’anima, le radici, mai del tutto estirpate, dei vizi che ammorbano il cuore e l’amor proprio che stenta a retrocedere anche quando la volontà, l’intelligenza, gli affetti, ammainano le loro bandiere arrendendosi all’amore di Dio. È il cammino faticoso ma fecondo dell’umiltà. Quasi come uno specchio, la vita di tutti i giorni, riflette al meglio le nostre imperfezioni mettendo a dura prova i primi fervori. Constatiamo, anzitutto, la nostra miseria ma anche come non sia sempre semplice declinare in termini di accoglienza, rispetto, pazienza, alcuni scambi interpersonali, tuttavia, proprio questa personale e altrui povertà, diventa fonte di rigenerazione e trasformazione interiore se la rigida presunzione di giustizia che caratterizza il nostro io ancora arroccato su se stesso, tende ad evolvere in invocazione e abbraccio di misericordia. È un lavorio spirituale e psicologico che ingloba una sana assunzione del proprio intero bagaglio personale e si sviluppa nell’alveo dell’incontro reale con lo sguardo di Gesù Uomo/Dio. Questo labor umilitatis costituisce una tappa decisiva del cammino monastico perché spinge verso quello che il salmo 51 al versetto 9 chiama “frantumazione del cuore”.  Di fronte alle fatiche, spossato dalle debolezze, sfinito dalle tentazioni, il cuore capitola in Dio, si arrende al lavoro della Grazia, si dispone alla sua azione trasformante. È una strada mai compiuta del tutto che- nel suo procedere- ci rende più vulnerabili ma anche più affidate, meno arroganti di fronte ai limiti altrui e positivamente braccate dalle nostre stesse povertà. È l’inevitabile notte della purificazione, direbbe Giovanni della Croce; è il luogo della tentazione sviscerata in seno alla stessa vita di tutti i giorni… che trova il suo sano e fruttuoso rimedio nell’abbandono in Dio… è il primo passo necessario per diventare contemplative: più il cuore si purifica più vede Dio; Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8)  In questo processo di purificazione, un ruolo fondamentale è giocato dalla dimensione comunitaria della nostra vita.  Crescere nella comune coscienza dei nostri limiti, delle nostre fatiche, delle nostre fragilità che ci portano a umiliarci le une davanti alle altre, accresce la compassione reciproca e ci educa alla pazienza, alla tolleranza, all’umiltà, alla carità vicendevole. Il clima comunitario -ogni giorno consapevolmente reinnestato nel tronco della misericordia- favorisce il cammino di maturazione umana e spirituale di ciascuna; aiuta a riconoscere nelle proprie debolezze non un pericolo quanto una possibilità di entrare in contatto con Dio; porta a cercare la Sua destra proprio negli angoli di quelle miserie che neppure pensavamo di possedere: “Poiché non con la spada conquistarono la terra, né fu il loro braccio a salvarli; ma il tuo braccio e la tua destra e la luce del tuo volto, perché tu li amavi” (sl 43, 4); orienta la vita individuale a un volere plurale che, proprio perché si ammette di non avere niente di proprio e  si riconosce di non potere nulla da sole,  può aprire all’accoglienza sincera, profonda, santificatrice di Dio.

Nell’aridità e nel vuoto l’anima diventa umile. L’orgoglio di un tempo sparisce quando in se stessi non si trova più nulla che dia l’autorizzazione a guardare gli altri dall’alto in basso. (Edith Stein. Teresa Benedetta della Croce - Carmelitana Scalza).

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