Dal monastero Janua Coeli.
Sono qui, rapita dal silenzio di queste ultime ore che ci separando dalla Madre di tutte le Veglie, raccolta nel mio cenacolo interiore dove imploro la presenza orante di tua Madre e la compagnia dei Tuoi amici Signore.
Sono qui con la mente catturata da quella grossa pietra che vorrei, in fretta, srotolare per vederti Risorto nelle viscere della mia preghiera, nei pieghe raggrinzite delle mie relazioni, nella mia poca dimestichezza con un pensiero consegnato, affidato, nello stordimento della mia inutilità.
Sono qui sovrastata dal desiderio di accendere il mio flebile stoppino alla Tua Vera Luce, stupita, confusa, imbarazzata, di fronte al tuo paradossale amore che “sfrutta” le mie ferite, i mie limiti, le mie fragilità per vicariare, oggi, la Tua espiazione e mi chiede di intercedere per il mondo.
Sono qui con gli occhi fissi sul sepolcro vuoto, e mi sento anch’io svuotata del mio peccato, in cerca del mio Amato, in attesa che la tua bocca pronunci il mio nome ed io possa esclamare : Rabbunì e poi, sospinta dalla tua fiducia, farmi compagna della sorella, del fratello alla ricerca del Tuo volto.
Sono qui e, mentre odo i passi frettolosi di Maddalena, andare verso i fratelli per annunciare che il Signore è risorto, sento il tuo appello al dono/compito della sororità pasquale, non quella basata sulle simpatie e sulle sintonie umane, ma quella fondata nella Tua morte per ogni uomo che per questa morte diventa “mio fratello”.
Sono qui, vicinissima alla Tua carne Signore, affidata alla mia vita nascosta, in tutti i membri della Chiesa e dell’umanità: i più poveri, piccoli, deboli, lontani, sofferenti, soli. In questa carne, pregando, offrendo, intercedendo, nel silenzio, il mio cuore può raggiungerti, toccarti, ascoltare la tua voce : “Non sono un fantasma, io ho carne e ossa, toccatemi! E siate testimoni.”







